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GLI SCOPI DEL SITO

wc logoIl sito Workingclass intende essere uno strumento di studio e di ricerca sui temi del lavoro, delle sue condizioni, del suo senso oggi, delle prospettive di ricomposizione sociale, partecipazione e di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

La struttura e, soprattutto, la documentazione attualmente presente è un punto di partenza, una sorta di cristallo di agglomerazione, che – se riuscirà a crescere – dovrebbe permettere:

  • Una circolazione di informazioni nella forma di documentazione e di commenti
  • Una organizzazione della documentazione tale da soddisfare uno studio sui temi trattati da parte di chiunque lo intenda fare e da parte del collettivo che gestisce il sito
  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



ghostw1PER IL LAVORO – a cura del gruppo torinese di Alleanza popolare

Alleanza popolare è stata una esperienza molto interessante per la partecipazione di esperienze, competenze ed idee personali sul tema del rapporto tra lavoro e diseguaglianza. Ora, sembra, che la parola passi alla politica, ai suoi linguaggi ed ai suoi modi di ordinare le relazioni tra le persone.

Vedremo se sarà possibile continuare l’approfondimento dei temi.

Le indicazioni e le proposte qui contenute sono il risultato di un primo dibattito tra i partecipanti alla commissione di lavoro: esse non vanno intese come programma per la prossima scadenza elettorale e neanche come programma di governo per una futuribile coalizione di sinistra o di centro sinistra.

Non si tratta in sostanza di rappresentare i lavoratori, ma di costruire un programma di iniziative che stimoli i lavoratori stessi a proporsi come soggetto autonomo con una propria visione sociale e politica.

Queste proposte si rivolgono, dunque, in primo luogo ai lavoratori tutti (precari e stabili, giovani e vecchi, nativi e immigrati, pubblici e privati, dipendenti e cooperanti e autonomi, ma tutti dipendenti dal capitale).

Esse sono pensate anche per aprire tra questi stessi lavoratori un confronto sul tipo di società che essi vogliono in alternativa a quella esistente.

Le lotte dei lavoratori – anche le più difensive - presuppongono e contemporaneamente propongono un nuovo modello economico e sociale. Beni comuni, tutela delle condizioni ambientali e sociali per la riproduzione propongono nuovamente il tema di cosa produrre, anche nel settore manifatturiero, basti pensare alle questioni energetiche.

Va quindi ripresa un discussione sulla proposta politica generale. L’obiettivo dell’uguaglianza non è solo economico ma pienamente politico per la difesa e l’estensione della democrazia ed un rinnovato ruolo dello Stato. Non ignorando il contesto internazionale.

 

1.Creare lavoro

Nella società attuale esiste un eccesso di capitale e una scarsità di lavoro. Occorre aumentare il peso socioeconomico del lavoro affinché i lavoratori possano ambire a essere un soggetto politico autonomo.

Due sono le strade individuate per attivare questo percorso:

  • l’aumento dei dipendenti pubblici (proposta Bianco, Contini, Ortona e altri economisti);
  • la riduzione dell’orario di lavoro.

La proposta degli economisti “consiste nell’assunzione di un elevato numero di giovani qualificati nella pubblica amministrazione; l'ordine di grandezza dovrebbe essere intorno al milione. La spesa necessaria dovrebbe essere finanziata mediante un'imposta patrimoniale sulla ricchezza finanziaria (quindi non sugli immobili); oppure -o in aggiunta- mediante uno schema di contribuzione volontaria.

Il punto di partenza è un dato poco conosciuto ma indubbio, e cioè che gli occupati nel settore pubblico in Italia sono eccezionalmente pochi.” [1] [cfr la tabella seguente]

 

Italia

Francia

Regno Unito

Germania

Svezia

USA

Spagna

Dipendenti pubblici come % della forza lavoro

13.7

21.9

18.3

10.6

26

14.4

13.1

N° dip pubblici in milioni

3.4

6.3

5.8

4.5

1.3

22.1

3

N° abitanti per dip pubblico

17.56

10.17

10.94

18.28

7.25

14.08

15.24

In particolare, se si confronta la situazione italiana con quella francese e inglese, si nota come in rapporto alla popolazione il numero dei dipendenti pubblici italiani sia inferiore di quasi il 40% pari a circa 1.36 milioni.

Bisogna inoltre tener conto di un evidente paradosso: “l'Italia è agli ultimi posti in Europa per percentuale di laureati sulla popolazione giovanile, ma ai primi per percentuale di laureati disoccupati. Ciò non può essere dovuto che al sottodimensionamento del settore pubblico, che ovunque è il principale datore di lavoro per i laureati.”

Per quanto riguarda i costi, secondo le stime degli economisti, “un’imposta con aliquota dello 0.45% sulla ricchezza finanziaria consentirebbe l'assunzione di 971.000 addetti (863.000 con un'aliquota dello 0.4%, 1.079.000 con una dello 0.5%).2 Questa aliquota media è puramente indicativa: il nostro schema preferito implica un'esenzione fino a circa 140.000€ e aliquote marginali progressive per i redditi superiori, con un'aliquota massima comunque inferiore all'1%.

Questa imposizione dovrebbe restare naturalmente in vigore per un certo numero di anni; assunzioni

realistiche sull'effetto moltiplicativo dell'immissione dei redditi dei neoassunti sull'economia suggeriscono che dopo 3-5 anni il nuovo gettito ordinario dovrebbe consentirne il ritiro. In ogni caso essa difficilmente arrecherebbe un danno significativo allo stock di ricchezza finanziaria delle famiglie, che tra l'altro è molto alta (e molto concentrata) rispetto agli standard europei (nel 2016 ammontava a circa 4.000 miliardi). L'aliquota in effetti è troppo bassa per mordere in modo significativo sullo stock della ricchezza.”

“Una diversa possibilità di finanziamento -non alternativa- consiste nel ricorrere a un fondo costituito da contributi volontari, auspicabilmente basato su una disponibilità iniziale fornita da enti istituzionali (per esempio le fondazioni bancarie). Questo fondo dovrebbe essere costituito a livello regionale, dato che la solidarietà è di solito tanto più elevata quanto più il livello è locale, o anche a livello metropolitano.”

Storicamente e strutturalmente il lavoro pubblico in Italia è stato pensato e realizzato attraverso una concezione dello stato (e del potere pubblico in generale) oppressiva e burocratica, lontana dai cittadini (ancor più se lavoratori): c’è una continuità evidente tra l’iniziale matrimonio dello stato sabaudo e di quello borbonico, il suo prosieguo fascista e il mancato rinnovamento repubblicano. Viviamo tutti questa esperienza e ne è una prova il fatto che quando riceviamo come cittadini un trattamento anche solo normale da parte degli uffici pubblici, ci stupiamo e ci sprofondiamo in lodi e congratulazioni.

Quindi la proposta dell’assunzione di un milione di dipendenti pubblici andrebbe associata (ma non condizionata) a un’analisi critica del pubblico impiego e alla proposta di una sua modifica che lo renda più orientabile e controllabile dal punto di vista democratico.

Anche più recentemente, però, le competenze di molti dipendenti pubblici sono mutate in funzione della prevalenza egemonica del pensiero neo liberale: molte attività e servizi che in precedenza venivano realizzati direttamente dal dipendente pubblico sono stati appaltati a imprese private esterne (e/o a singole figure di consulenti) proponendosi così di presentare il dipendente pubblico a tutti i livelli come una sorta di burocrate amministrativo capace forse di gestire solo procedure amministrative.

Contro questo processo regressivo, anche sul piano della produttività, la proposta è caratterizzata per realizzare un lavoro qualificato, stabile e contrattualmente regolato e presuppone innanzitutto che venga superato il blocco delle assunzioni per rinnovare il turn over ed evitare il ricorso a esternalizzazioni che hanno comportato un grave scadimento dei servizi.

Va discusso con i lavoratori come qualificare e precisare la proposta su diversi ambiti di attività dei servizi pubblici: assistenza, sanità, educazione e formazione, servizi per l’ambiente e per i beni comuni a partire dall’acqua.

Questo aspetto andrebbe rimesso fortemente in discussione: il dipendente pubblico deve essere attivo e responsabile nel campo specifico al quale è destinato e perciò stesso deve essere molto più valorizzato il suo apporto professionale specifico.

Inoltre la trasformazione del pubblico impiego in senso neo liberale ha portato a trasformare la funzione anche dei dirigenti pubblici che in quanto gestori delle procedure d’appalto sono diventati a tutti gli effetti succubi (e talvolta complici) del ceto politico: non casualmente nell’ultimo ventennio è stato importata l’espressione anglosassone “spoils system” (lottizzazione politica) per esprimere questa gestione clientelare dell’azione pubblica.

La modifica qui proposta della concezione e della pratica del pubblico impiego può inoltre essere associata alla proposta successiva del lavoro di cittadinanza: una parte di dipendenti pubblici e lavoratori privati in riduzione d’orario, coperta da salario di cittadinanza, dovrebbe cooperare nella gestione di servizi di cura sociali e ambientali.

Questa cooperazione e il ritorno del pubblico impiego a competenze specifiche potrebbe contribuire anche al superamento della concezione politicante del ruolo dirigenziale.

2. Ridurre l’orario di lavoro, ridistribuire i tempi di vita.

Tutti i dati statistici segnalano come esista una disoccupazione strutturale nel nostro paese (e in tutta Europa) che non potrà che accentuarsi con una prevedibile massiccia introduzione della robotizzazione; allo stesso tempo le forti disuguaglianze determinate dall’attuale modello socioeconomico hanno creato una consistente realtà di povertà sia assoluta, sia relativa.

Partendo da questi due evidenti aspetti, il dibattito politico ha spesso contrapposto i sostenitori di misure per la crescita dell’occupazione (ad es. il lavoro di cittadinanza o simili) a coloro che considerano prioritario combattere la condizione di esclusione sociale determinata dalla povertà (es. reddito di cittadinanza o simili).

E’ stata giustamente richiamata anche la parola d’ordine della riduzione dell’orario di lavoro proprio per permettere una distribuzione del lavoro sia per la situazione attuale, sia per la temuta prospettiva di disoccupazione determinata dall’innovazione tecnologica.

L’impatto delle tecnologie della cosiddetta industria 4.0 va meglio conosciuto ed approfondito non dando per scontata una drastica e generalizzata riduzione dell’impiego di lavoratori mentre cambierà divisioni del lavoro e contenuti professionali delle prestazioni.

Non può essere ignorato che è da molto tempo in corso una “riduzione” delle ore lavorate autoritaria ed arbitraria. Le sospensioni dal lavoro, i part time involontari, e le svariate forme di lavoro che termina che la sua cessazione hanno comportato la perdita, dall’inizio della crisi, di un numero equivalente a 1,2 milioni di lavoratori con rapporto di lavoro standard.

La Banca d’Italia ha sostanzialmente confermato questi dati indicando che l’orario di lavoro “medio” si è ridotto del 5%, come pure i redditi da lavoro.

La 3^ indagine europea del 2000 sulle condizioni di lavoro ( Paoli e Merllié 2001) ha riportato che solo il 24% della popolazione attiva è impegnata in orari “normali” o “standard”, ossia dal Lunedi al Venerdì con inizio tra le 07 e le 08 e fine tra le 17 e le 18, mentre il 76% dei lavoratori è impegnato in orario di lavoro “atipici”, ossia lavoro a turni e lavoro notturno, lavoro a tempo parziale, lavoro nel week-end, settimana di lavoro compressa, orari prolungati e straordinari, turni spezzati, lavoro a chiamata e altre forme di organizzazione del tempo di lavoro.

Si pongono quindi sia le questioni del controllo e della redistribuzione dei lavori che della riduzione degli orari.

Nella nostra prospettiva i tre aspetti – riduzione orario di lavoro, lavoro di cittadinanza e reddito di cittadinanza - vanno intrecciati insieme e non giustapposti o addirittura contrapposti.

La proposta di carattere strategico è sicuramente la riduzione dell’orario di lavoro, soprattutto se la s’intende non come riduzione secca e basta, ma come ridistribuzione del tempo di vita nei termini già noti: una parte di lavoro produttivo, una parte di lavoro riproduttivo (sociale o ambientale), una parte di formazione.

E’ chiaro oggi (ma forse lo era anche ieri) come la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario non sia praticabile in presenza dei reali rapporti di forza attuali; però la riduzione dell’orario di lavoro produttivo potrebbe essere combinata con un’integrazione al reddito di natura pubblica (finanziata con un’apposita tassa di scopo sulle rendite) e con una sorta di lavoro di cittadinanza nelle due forme già accennate del lavoro di cura sociale o ambientale, con la partecipazione alla formazione continua per acquisire le conoscenze e le abilità necessarie per conservare un lavoro (o per acquisirne un altro) in un contesto di forte innovazione tecnologica.

Un ulteriore aspetto di riflessione riguarda il costante calo delle nascite e la condizione della donna rispetto alla realtà lavorativa italiana. Oggi crescere un figlio diventa sempre più difficile in Italia perché soltanto le neo-mamme possono usufruire di condizioni speciali, mentre i padri rimangono al varco (una gestione ancora legata alla sorpassata teoria del male bread winner) quando in molte realtà europee il padre può occuparsi maggiormente del figlio con periodi di astensione dal lavoro e permessi speciali. In una società non maschilista che ha bisogno di nuovi giovani per crescere, risulta necessario rendere equiparabili i diritti e i doveri dei neo-padri e delle neo-madri rispetto al lavoro.

Sarà importante conoscere e seguire le esperienze svedesi sulle 30 ore di lavoro settimanale e sull’equiparazione tra padre e madre nella cura dei figli e la vertenza dei metalmeccanici tedeschi per l’orario di lavoro settimanale di 28 per “un ammorbidimento dei confini tra vita professionale e privata” come ha affermato il segretario generale dell’IgMetall Jörg Hofmann.

3. Contro la precarietà, per un mercato del lavoro trasparente e soggetto al controllo sociale

I dati sul mercato del lavoro che, di mese in mese, vengono forniti dall’Istat o dall’Inps evidenziano non solo un uso occasionale ma anche arbitrario dei lavoratori. Inoltre, il ricatto permanente verso i lavoratori viene usato dagli imprenditori e dalle forze politiche moderate come argomento per giustificare i finanziamenti, gli incentivi ed i bonus alle imprese per sostenere le assunzioni.

Alcuni giorni orsono la Banca centrale europea ha evidenziato che questa politica non ha dato risultati ai fini dell’occupazione, ma ne ha dati molti ai fini dei trasferimenti di risorse pubbliche alle imprese e di riduzione dei diritti e delle retribuzioni dei lavoratori.

Tutti gli organi di informazione divulgano dei dati sulle centinaia di migliaia di “posti di lavoro creati”; ma non si tratta di “posti”, bensì di “rapporti di lavoro” attivati, calcolati sulla base del criterio statistico che aver lavorato almeno un’ora nella settimana dell’indagine Istat significa essere occupato.

L’unica condizione che è cresciuta èer chi vive o vorrebbe vivere del proprio lavoro è la precarietà.

La lotta contro la precarietà rappresenta una battaglia centrale anche per fermare la deriva del diritto del lavoro.

Ma è una questione sociale e politica prima che giuridica. La precarietà crea diseguaglianze e gerarchie anche tra i lavoratori, sino alla esclusione sociale di una parte questi.

Mentre nel sistema fordista il lavoro la prestazione era basata sulla disciplina e la regolarità ora l’organizzazione del lavoro si fonda sull’arbitrio con l’eccezione di un piccolo (sempre più piccolo) nucleo di lavoratori. Lo strumento è il condizionamento dei comportamenti attraverso il ricatto e si presenta con proprie specificità a seconda del tipo di lavoro: dai consulenti nei settori del credito e dei servizi al lavoro degli immigrati nel settore della logistica.

Gli immigrati sono il 10% dei lavoratori. Se perdono il lavoro perdono il diritto a restare nel paese, hanno mediamente una retribuzione più bassa del 30% dei loro colleghi italiani ma il 20% di loro è laureato; un infortunio mortale ogni 6 colpisce un lavoratore straniero. Sono le prime vittime ed i primi protagonisti nella lotta contro la precarietà e per l’uguaglianza.

C’è poi la precarietà dei vari rapporti di lavoro previsti dalle leggi: i tirocini, il lavoro occasionale, il lavoro somministrato, i contratti a termine … ed anche i falsi lavoratori autonomi ed i falsi soci delle cooperative.

Oggi ci sono migliaia di norme che regolano il rapporto di lavoro. Nello Statuto dei lavoratori del 1970 c’erano due norme che regolavano il collocamento. Basterebbe fissare – sempre nello Statuto - dei principi guida:

-      Dove è presente un posto di lavoro permanente va stabilito un rapporto di lavoro permanente;

-      Dove il posto di lavoro non è permanente va stabilito un rapporto di lavoro non permanente sulla base delle motivazioni tecniche e la indicazione della durata necessaria;

-      La cassa integrazione risponde ad una riduzione temporanea del lavoro;

-      Quando non si lavora si ha diritto ad un reddito perché non si lavora e non perché si è povero. La questione va approfondita rispetto al dibattito sul reddito di cittadinanza o di dignità o di inclusione sociale sostenuto dalla Caritas e dai sindacati confederali. Il punto chiave è che non trasformi in uno strumento di esclusione sociale e di ulteriore alienazione dei lavoratori, magari a gestione clientelare o corporativa;

-      La riduzione dell’orario di lavoro – nella settimana ma anche nell’arco della vita lavorativa - va sostenuta dall’intervento pubblico in alternativa agli incentivi per favorire una equa distribuzione del lavoro tra attività di produzione e di riproduzione, considerando le differenze di genere e di età.

Ci sono poi le infinite forme di prestazioni e condizioni di lavoro precario che si estendono di giorno in giorno: si diffonde il lavoro a part time involontario di chi lo accetta pur di continuare a lavorare entrando così nella categoria dei lavoratori poveri mentre altri lavoratori – come alla Fca Fiat – sono posti in cassa integrazione perché non riescono più a reggere i ritmi di lavoro.

Tra i lavoratori soggetti alle visite mediche per l’esposizione a rischi professionali il 20% è soggetto ad un giudizio di inidoneità, prevalentemente temporanea o parziale (in gergo “ridotta capacità lavorativa). Nptevole è il peso dell’invecchiamento sul lavoro quando il momento della pensione si sposta ad età più avanzate.

Con il decreto 276 del 2003 – peggiorato ulteriormente dalle norme emanate successivamente – venne istituita la “borsa del lavoro”, una operazione ideologica priva di ogni concretezza. Si è così ulteriormente reso opaco il mercato del lavoro e si è progressivamente indebolita la struttura pubblica dei centri per l’impiego. Va invece condotta una azione per il loro rafforzamento anche per garantire una trasparenza della effettiva situazione della domanda e della offerta di forza lavoro e del suo valore.

4. Il salario ed i redditi da lavoro

Va assunta una posizione netta contro ogni forma di lavoro non retribuito.

Sul salario minimo si cercherà di realizzare un momento di approfondimento sul tema. Per intanto si ribadisce:

-       Il contrasto alle proposte del governo di introdurre il salario minimo in alternativa al salario derivante dal contratto collettivo nazionale

-       L’azione contro ogni accordo con sindacati di comodo per riaffermare il principio costituzionale della rappresentatività che non può essere certificata nell’ambito di un sistema corporativo

Va comunque individuata una proposta per i redditi da lavoro non dipendente, non in contraddizione ovviamente con quelli del lavoro dipendente.

Inoltre va posto con forza il tema di un valore minimo ai redditi da lavoro subordinato, parasubordinato o autonomo che, per i lavoratori subordinati, deve essere recepito in tutti i contratti nazionali di lavoro, per qualunque forma di rapporto di lavoro (stabile o precario, a tempo indeterminato o determinato, apprendistato o a progetto, ecc.).

In questa direzione può essere utile considerare la questione posta da diverse categorie di professionisti per un riconoscimento legislativo dell’ “equo compenso”. Forse l’unico provvedimento decente del governo Monti e della signora Fornero in materia di lavoro fu la norma che il compenso per i prestatori d’opera nella forma del cooperatore non fosse inferiore di quella dell’analoga prestazione come lavoratore subordinato. Questa norma fu prontamente cancellata dal successivo governo Renzi.

Stabilire una norma per il “compenso minimo” per ogni prestazione lavorativa, al di là della forma giuridica del contratto individuale, potrebbe essere la modalità concreta per applicare il primo comma dell’articolo 36 della Costituzione. A questo punto, anche le retribuzioni dei contratti collettivi per i lavoratori subordinati e per i soci lavoratori delle cooperative non potrebbero essere inferiori.

Per garantire maggiore salario potrebbe essere utile seguire i consigli di Luciano Gallino in merito al così detto “cambio del paradigma” che vedrebbe un aumento dei costi dei prodotti affiancato da un maggiore salario per i lavoratori e allo stesso tempo un maggior potere d’acquisto.

Ormai si teorizza “lavorare gratis, lavorare tutti”, per qualche millennio si è chiamata schiavitù.

Vanno contrastate le forme di lavoro gratis come il tirocinio ed a maggior ragione vanno cambiate quelle norme della cosiddetta buona scuola che lo estendono.

5. Lavoratori e sistema fiscale

La condizione delle tasse sui redditi da lavoro subordinato è caratterizzata dal sostituto d’imposta, un altro soggetto si sostituisce a loro per pagare le tasse. I lavoratori sono gli unici cittadini eterodiretti non solo nello svolgimento della propria attività ma anche nei rapporti con lo Stato sia per l’aspetto fiscale che previdenziale. Diventa più semplice per le classi dominanti spiegare che prelievo fiscale e contributi previdenziali non sono parte del reddito dei lavoratori formatosi con lo svolgimento della loro attività ma, invece, costo del lavoro, parte del reddito d’impresa che deve essere versata ad uno Stato esoso ed inefficiente.

5.1 Prima del 1973 i lavoratori erano cittadini come tutti gli altri e si pagavano le loro tasse.

Nel tempo, questa perdita della consapevolezza che le tasse fossero parte del loro reddito ed il venir meno di un controllo sociale ha favorito la progressiva riduzione della progressività della tassazione del reddito delle persone fisiche, l’Irpef. Ecco i cambiamenti delle aliquote Irpef (*) negli ultimi quarant’anni:

1973

anno di istituzione dell’Irpef

2017

Scaglione redditi

(in milioni di lire)

Aliquota

%

Redditi in euro

Aggiornati all’inflazione

1973 – 2015 (**)

Aliquota

%

Oltre

Fino a

 

Oltre

Fino a

Oltre

Fino a

 
 

2

10

 

1032,91

 

7193,05

Esente perché “incapiente” (***)

2

3

13

1032,91

1539,47

7193,05

10789,82

23

3

4

16

1539,47

2065,83

10789,82

14386,42

23

4

5

19

2065,83

2582,28

14386,42

17983,03

27

5

6

22

2582,28

3098,74

17983,03

21579,64

27

6

7

25

3098,74

3615,20

21579,64

25176,24

27

7

8

27

3615,20

4131,66

25176,24

28772,85

27

8

9

29

4131,66

4648,11

28772,85

32369,45

38

9

10

31

4648,11

5164,57

32369,45

35966,06

38

10

12

32

5164,57

6147,48

35966,06

43159,27

38

12

14

33

6147,48

7230,40

43159,27

50352,48

38

14

16

34

7230,40

8263,31

50352,48

57545,69

41

16

18

35

8263,31

9296,22

57545,69

64738,91

41

18

20

36

9296,22

10329,14

64738,91

71932,12

41

20

25

38

10329,14

12911,42

71932,13

89915,15

43

25

30

40

12911,42

15493,71

89915,15

107898,18

43

30

40

42

15493,71

20658,28

107898,18

143864,23

43

40

50

44

20658,28

25822,84

143864,23

179830,29

43

50

60

46

25822,84

30987,41

179830,29

215796,35

43

60

80

48

30987,41

41316,55

215796,35

287728,47

43

80

100

50

41316,55

51645,69

287728,47

359660,58

43

100

125

52

51645,69

64557,11

359660,58

449575,73

43

125

150

54

64557,11

77468,53

449575,73

539490,88

43

150

175

56

77468,53

90379,96

539490,88

629406,03

43

175

200

58

90379,96

103291,38

629406,03

719321,17

43

200

250

60

103291,38

129114,22

719321,17

899151,46

43

250

300

62

129114,22

154937,07

899151,46

1078981,75

43

300

350

64

154937,07

180759,91

1078981,75

1258812,05

43

350

400

66

180759,91

206582,76

1258812,05

1438642,34

43

400

450

68

206582,76

232405,60

1438642,34

1618472,60

43

450

500

70

232405,60

258228,45

1618472,60

1798302,92

43

500

 

72

258228,45

1798302,92

   

43

(*)per una valutazione più precisa dovrebbero essere considerate le detrazioni … che ci abbiano fregato anche con le detrazioni? Ancora una volta un bonus per i lavoratori al posto di una eguaglianza nei diritti

(**)la serie storica dell’Istat si ferma al 2015, manca quindi la rivalutazione del 2016 (1%?)

(***) sono esenti dall’imposta Irpef i redditi da lavoro inferiori a 8000 euro mentre la soglia per i redditi da pensione è 7500.

La proposta più ovvia è ristabilire la progressività dell’imposta prevista dalla legge che aveva istituito nel 1973 l’imposta sulle persone fisiche. Ma l’appetito vien mangiando … e nella prossima campagna elettorale le classi dominanti con i propri giardinieri del potere (i giornalisti, secondo la definizione di Jurgen Habermas) presenteranno la proposta di “flat tax”, tassa piatta spiegando che ci guadagneranno i cittadini con reddito più basso.

5.2 L’Irpef sostituì l’imposta di famiglia, il cui valore era pubblico.

Ogni anno e per ogni Comune venivano resi pubblici i dati dei redditi dichiarati dai contribuenti. Il quotidiano La Stampa di Torino pubblicava intere pagine con gli elenchi dei cittadini più ricchi essendo impossibile pubblicare i dati di tutti: ovviamente si apriva una discussione pubblica sui dati pubblicati.

Nel 2008 in vice ministro dell’economia con delega alle finanze Vincenzo Visco fece pubblicare sul sito del ministero i dati della dichiarazione dei redditi di ciascun italiano, ma vennero cancellati 48 ore dopo.

Sarebbe opportuno garantire la trasparenza e la pubblicità dei redditi dichiarati con albi comunali.

E sarebbe anche opportuno evitare che le addizionali Irpef comunali e regionali prevedano la stessa aliquota per il pensionato a 7600 euro di reddito annuo come per chi supera i 120mila.

5.3 L’Irap è un furto? E chi è stato derubato?

L’affermazione che l’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) sia un furto ai danni delle imprese è assai diffusa e frequente. Con la legge istitutiva del 1997 confluirono nell’Irap 4 tasse precedentemente a carico delle imprese ma, soprattutto, confluì il contributo previdenziale dei lavoratori per il sostegno al servizio sanitario nazionale avvenuto nel 1977-78 con l’abolizione delle mutue ed in particolare dell’Inam, l’Istituto nazionale di assistenza malattia. L’Inam era stato istituito dal governo fascista per cancellare tutte le mutue aziendali ed eliminare ogni forma di vita associativa tra lavoratori, come in precedenza aveva fatto il nazismo.

Il furto è stato perpetrato nel 1997 ed i derubati furono i lavoratori, si poteva restituire loro la quota previdenziale ed adottare un forma di finanziamento per via fiscale di un sevizio universale come quello sanitario.

Oggi gli imprenditori pagano l’Irap e se accorgono denunciando il “furto”, i lavoratori eterodiretti anche sulle questioni sociali no. I loro sindacati furono silenti.

5.4 Non trattiamo in questo documento gli aspetti chiave di ogni politica fiscale che sono la tassazione delle rendite e la istituzione di una effettiva tassa di successione in linea con le norme presenti negli altri paesi europei.

Entrambe le questioni dovrebbero far parte della proposta politica di carattere più generale.

6. Le condizioni di lavoro e di salute

L’andamento degli infortuni sul lavoro, soprattutto quelli mortali ma non solo, sono una chiara espressione del degrado nelle condizioni ergonomiche ed organizzative di un lavoro sempre più frantumato dove la merce (risorsa) umana si usa e si getta a seconda non solo del mercato ma delle antiche politiche di dominio dell’uomo sull’uomo. Non c’è nulla di oggettivo negli attuali rapporti sociali.

Gli infortuni sul lavoro sono appannaggio dei lavoratori anziani e dei giovani lavoratori precari. Per gli immigrati, due volte precari, i dati sono ancora peggiori e non basta dire che è inevitabile dovendo fare i lavori peggiori nell’agricoltura, in edilizia e nella logistica. Ma siamo ancora ai dati quantitativi, se si calcolassero gli indici di infortunio per la frequenza in rapporto alle ore lavorate la gravità del fenomeno sarebbe assai più evidente. Un lavoratore con un contratto a termine viene conteggiato ai fini dei diritti individuali dello Statuto dei lavoratori e delle norme contrattuali sul diritto alla rappresentanza come frazione di essere umano pari al tempo lavorato nell’anno fratto il tempo di un lavoratore a tempo pieno e indeterminato: ai fini dell’infortunio contano nello stesso modo.

L’altro dato qualitativo è la dinamica dell’infortunio caratterizzata da contesti e procedure organizzative o inesistenti o arbitrarie.

L’Inail ci segnala che si riducono le domande di malattia professionale. Ma chi, in costanza del rapporto di lavoro, ha personalmente il coraggio di fare la denuncia sapendo che scatterà la rappresaglia delle “ridotte capacità lavorative”? Va inoltre ricordato che i nuovi rischi di origine organizzativa come l’intensità fisica della prestazione e la pressione psicologica si sono progressivamente accresciuti, prima di tutto la pressione di non sapere se e come lavorerai nel prossimo futuro.

Senza un mutamento dell’organizzazione e dei rapporti di lavoro sarà sempre più arduo fare prevenzione dai rischi. Ed i rischi di oggi sono di carattere psicofisico per cui ogni prevenzione efficace non può eludere il giudizio dei lavoratori direttamente interessati. Si presenta anche in questo caso una specifica domanda di partecipazione.

Parlare di “lavoro agile”, “smart working” o “krowdwork” allude ad una grande modernità. È vero, c’è un’apparente grande autonomia del nuovo lavoratore “agile”: può lavorare in ufficio, può lavorare a casa o può lavorare alla fermata dell’autobus aspettando il mezzo che lo porterà al lavoro, come ci segnala un messaggio pubblicitario di Intesa San Paolo.

Va inoltre ricordato che dietro al presunto lavoro agile stanno dei sistemi ad altissima concentrazione delle decisioni, lasciando agli algoritmi le gestioni intermedie.

Agli albori dell’automazione, nell’immediato dopoguerra, uno dei più importanti esperti internazionali così commentava il rischio di un uso non umano delle tecnologie: “…è possibile disfarsi dell’enorme vantaggio dell’istruzione e servirsi del materiale umano per organizzare lo stato fascista delle formiche … ma … se un essere umano è condannato a svolgere le funzioni limitate della formica, non soltanto cesserà di essere un uomo ma non sarà neppure una buona formica …

Le condizione concrete di lavoro e di vita vanno anteposte alle opinioni ed anche alle norme di legge, anche quando ci si deve battere per cambiarle.

Va aperta una nuova stagione di umanizzazione del lavoro. I punti di partenza non possono che essere l’inchiesta sociale e la ricerca della partecipazione diretta dei lavoratori, verso una rinnovata democrazia dei lavoratori.

7. Lavoratori e welfare state

Il tema del welfare dovrà essere trattato specificatamente.

Nelle pubblicazioni Eurostat si evidenzia che l’Italia spende troppo rispetto al resto d’Europa in superstiti e vecchiaia, investendo troppo poco invece su esclusione sociale e povertà e disoccupazione.

Come viene annualmente evidenziato nel rapporto sullo stato sociale edito da l’università La Sapienza di Roma, l’istituto europeo di statistica considera nelle spese per le pensioni anche i trattamenti di fine rapporto di lavoro ed ignora che contrariamente ad altri importanti paesi europei il reddito da pensione è soggetto a tassazione.

Ma un bilanciamento del welfare potrebbe aiutare il nostro paese ad uscire da una crisi perenne sul fronte lavorativo.

Con queste note vogliamo evidenziare l’insostenibilità umana dell’attuale sistema previdenziale.

La disoccupazione ed il lavoro precario dei giovani sta determinando che una parte di loro non raggiungerà mai le condizioni per maturare una pensione. Si pensa ad una “pensione di garanzia” dicendo ai giovani “state tranquilli, tra 35 anni avrete comunque un reddito”. Abbiamo dei governanti profetici. Ritorna decisivo il lavoro dei giovani oggi.

Il reddito di cittadinanza o di dignità o di inclusione sociale non garantisce la sicurezza nella vecchiaia. Non può non avere un carattere temporaneo.

Il calcolo sulle speranze di vita per il requisito dell’età pensionabile è segreto ed affidato a pochi tecnici; solo loro conoscono i dati di partenza, il peso attribuito alle “posizioni silenti” cioè ai contributi versati e non fruibili a causa di una morte prematura e, forse, ma lo sa solo la signora Fornero ed i suoi consulenti, peso delle pensioni di reversibilità. L’Inps ha tutti i dati ma sono preclusi anche al Consiglio di Vigilanza dove sono presenti le associazioni degli imprenditori e dei lavoratori.

Con il prolungamento dell’età pensionabile diventa ogni giorno più imporrante conoscere non solo le speranze di vita ma le speranze di vita in condizioni di benessere.

Si dovrà lavorare sino a 70 anni, e si continua ad ignorare lo stato di salute

Dovranno – o meglio, dovrebbero continuare a lavorare se non licenziati per inidoneità – lavoratori con il morbo di Parkinson, con malattie cardiache o circolatorie, artrosi.

Diventa notizia d’attualità i licenziamenti di lavoratori soggetti ad infarto o anche al morbo di Alzheimer e, soprattutto, per sopraggiunte inidoneità al lavoro.

Molte delle idoneità al lavoro derivano sia dai rischi lavorativi che dall’invecchiamento.

Da vent’anni i lavoratori interessati hanno sempre inseguito la possibilità del riconoscimento del carattere usurante del loro lavoro, ed oggi siamo alla questua sociale che il governo ha chiamato Ape.

Ma la perdita della condizione di benessere interessa in modo diverso gli uomini e le donne (significativamente assai più esposte) ed a questa perdite concorre sia il lavoro che l’invecchiamento: solo la riduzione dell’orario di lavoro può favorire un approccio che eviti l’esclusione sociale e dal lavoro, soprattutto per le lavoratrici ed i lavoratori a prevalente lavoro manuale ed ancor più se a bassa qualificazione.

Anche per le lavoratrici ed i lavoratori anziani si pone l’esigenza di un nuovo confine tra esigenze di lavoro e di vita.

8. Per la democrazia economica e l’autogestione

Partecipazione non è consultazione, delega e verifica del consenso tramite la consultazione.

Nell’ultimo decennio la proposta di democrazia economica, pur presente nella nostra Costituzione, è stata sostituita – più come affermazione ideologica che come esperienza concreta – dalla “responsabilità sociale dell’impresa”, il comando illuminato dell’economia.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’unica entità economica che cresce è il debito, l’occupazione ed il redditi sono fermi ad eccezione di una esigua minoranza che si arricchisce grazie ai patrimoni – Luciano Gallino scriveva “fare denaro con il denaro” – la democrazia declina ed è sotto attacco.

Partecipare è concorrere alle decisioni. Ed assumersi conseguentemente le responsabilità che spettano. Va quindi ripresa e rilanciata l’azione per una rinnovata democrazia economica favorendo con la lotta ideale e politica l’affermazione di una azione pubblica che si proponga di rispondere agli effettivi bisogni della persona, della società e dell’ambiente. Usando un linguaggio antico, va ridiscusso il “cosa” produrre e il “come” riprodurre. Per produzione possiamo ormai intendere sia le attività dell’agricoltura e dell’industria che quelle dei servizi all’economia, ormai strettamente integrate.

Il primo obiettivo della democrazia economica è evidentemente politico nel senso più tradizionale: una diversa politica dello Stato. Il ruolo della democrazia rappresentativa e la partecipazione per la elaborazione delle proposte è quindi indispensabile, ma senza radicamento sociale – anche nei luoghi del lavoro – viene a mancare la premessa.

Sia Bruno Trentin che Luciano Gallino ci ricordano ancora oggi che non si può parlare di democrazia economica senza “democrazia cognitiva”, per ricordare un altro intellettuale che ha dato molto per la lotta per l’emancipazione dei lavoratori, Ivar Oddone. Conoscere le informazioni sugli aspetti che determinano le proprie condizioni di lavoro è ineludibile per far crescere una democrazia dei lavoratori fondata sulla assunzione di responsabilità.

L’orizzonte e l’obiettivo dell’autogestione – una “disintermediazione” democratica in alternativa alla “disintermediazione” autoritaria in corso in Italia ed in tantissimi altri paesi – rappresenta un obiettivo sociale e politico importante.

Il termine autogestione è ritornato nel linguaggio corrente grazie alle diffuse esperienze condotte in America latina dopo le crisi finanziarie degli inizi degli anni duemila. In verità, il linguaggio corrente in America latina è “fabbriche recuperate” dopo l’abbandono dei proprietari, anche quando in prevalenza si tratta di servizi alla persona, alberghi ed anche ospedali. Ne deriva che sono considerate azioni di carattere difensivo, anche quando, sbagliando, si fa riferimento ad esperienze operative ed in crescita dopo quindici anni ed in alcune università è l’autogestione è diventata disciplina di studio ed il sindacato brasiliano ha un organismo ad hoc per sostenere queste esperienze.

In Italia le esperienze sono limitate ed isolate ed ogni tentativo di costruire legami viene ostacolato dalle organizzazioni tradizionali dei lavoratori.

Queste esperienze devono essere invece assunte come un modello economico e sociale da sostenere ed estendere. Anche nelle lotte difensive per il lavoro può essere un ottimo strumento per contrastare le dismissioni di aziende delocalizzate e per conquistare una legislazione di sostegno. La elaborazione di una proposta di politica pubblica di sostegno all’autogestione può contribuire alla lotta contro le delocalizzazioni per ragioni finanziarie, sempre più frequenti.

Ma l’autogestione diventerà sempre più importante come risposta collettiva alla crescente parcellizzazione del lavoro intellettuale (forse meglio non manuale?) sostenuto dalle nuove tecnologie informatiche, per limitare un comando sul lavoro sempre più arbitrario.

Senza riscoprire la cooperazione nel lavoro e la solidarietà e costruire nuove forme organizzate tra lavoratori si scade rapidamente, come sta avvenendo per i sindacati nella tutela individuale.

Il tema va approfondito, anche per elaborare proposte concrete. Primo atto importante è stabilire un rapporto con le esperienze in atto.

9. Riportare le condizioni di lavoro ed i diritti dei lavoratori alla democrazia costituzionale.

I recenti provvedimenti legislativi che hanno abrogato gli articoli fondamentali dello Statuto dei lavoratori (art.18) e che hanno svuotato i contratti collettivi di lavoro (art. 8) vanno fortemente combattuti e contrastati alla luce del contenuto della Carta costituzionale che è stata salvaguardata dal risultato del referendum del 4 dicembre 2016.

Anche le modifiche dell’articolo 92 del codice di procedura civile hanno determinato una grave diseguaglianza tra lavoratori e padroni nel ricorso alla magistratura. Il rischio da parte dei lavoratori di dover compensare le spese sta comportando una diffusa rinuncia a far valere i propri diritti.

Sia per le modifiche dell’articolo 18 che per quelle dell’articolo 92 del c.p.c. sono stati giustamente sollevati dei vizi di costituzionalità. Sono due importanti questioni che attengono ai diritti civili ed alla effettiva libertà del lavoratore non riducibili ai soli aspetti giuridici. La maggioranza dei lavoratori ignora che la Corte Costituzionale sarà chiamata a pronunciarsi nei prossimi mesi.

Compito di ogni forza politica progressista è informare e sensibilizzare i lavoratori e la società su questi problemi e promuove le iniziative di sostegno

Non si può ignorare come sia in corso da molti anni e con successi notevoli una campagna per cancellare o comunque ridurre e svuotare le forme associative e di solidarietà tra lavoratori. Il sindacato ha subito duri colpi, cerca di difendersi, ma non può più ignorare la necessità di un profondo rinnovamento per ritornare ad avere un ruolo incisivo.

Questo rinnovamento non può avvenire dall’alto e tantomeno da un governo.

È avvenuto un rovesciamento: il trasferimento della titolarità di alcuni diritti (come quello di assemblea o di elezione dei rappresentanti) dai lavoratori alle organizzazioni sindacali. Trentin ha parlato di “potere sindacale requisito dalle burocrazie”, una affermazione forte che sarebbe però un errore ignorare. C’è bisogno di ripristinare una rappresentanza fondata sulla partecipazione dove il rappresentante rappresenta chi lo ha eletto e non il sindacato esterno.

Non sarà mai un solo sindacato a ristabilire questa condizione, c’è bisogno di una unità tra i lavoratori sulla base dell’antico criterio che se le condizioni di lavoro sono uguali tra i diversi iscritti o non iscritti al sindacato queste vengono prima delle opinioni dei sindacalisti, prima di tutto perché queste condizioni le conoscono loro meglio di tutti e che quindi hanno diritto di parola e di proposta.

Con la frantumazione del lavoro in atto una parte di lavoratori è sempre più esclusa dall’esercizio dei diritti come lavoratore e come cittadino. Come ci ricorda il secondo comma dell’articolo 3.

 


[1] Tutti i virgolettati sono estratti dal testo pubblicato sul sito Economia e politica.