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palazzo invernoE’ sconcertante il silenzio politico che avvolge questo centenario della Rivoluzione d’Ottobre: nel nostro paese solo mostre fotografiche, convegni accademici e servizi giornalistici si sono occupati di un tema così importante.

L’unica eccezione politica è stata ancora peggiore del silenzio: il senatore Mario Tronti dagli scranni parlamentari del PD, durante la discussione sul cosiddetto Rosatellum (!), ha, infatti, tenuto un discorso sulla Rivoluzione Bolscevica, quasi scusandosi con gli altri senatori per aver voluto trattare, a puro titolo commemorativo, un argomento del genere (il testo dell’intervento è stato pubblicato da Il manifesto il 25 ottobre 2017)

Cosa direbbe Lenin, duro critico del cretinismo parlamentare, nel sapere che in uno squalificato parlamento eletto con una legge incostituzionale e formato da nominati e trasformisti di tutti i generi, un ex comunista (?) ha tenuto un timido e quasi imbarazzato intervento di commemorazione della più importante rivoluzione politica e sociale del XX secolo ?

Ora chi scrive queste note non ha la statura né politica, né culturale per promuovere un dibattito politico degno del tema: le righe che seguono, quindi, sono solo spunti e riflessioni critiche non sistematiche, che almeno cercano di evitare, però, qualsiasi tono semplicemente commemorativo.

La Rivoluzione Bolscevica dell’Ottobre ha posto al centro tutti i nodi politici che hanno caratterizzato il movimento comunista del XX secolo e ha dato un’interpretazione del marxismo fortemente connotata.

In primo luogo c’era nel partito di Lenin l’idea che la rivoluzione aprisse una fase di dura lotta di classe che potesse portare alla società socialista/comunista, intesa come fine della storia: la dittatura del proletariato era per i bolscevichi il “sacrificio” necessario, imposto alla società, perché essa potesse trasformarsi e porre fine alla lotta tra le classi.

Già in Marx questo tema era presente in teoria, ma con la Rivoluzione d’Ottobre esso divenne pratica politica e sociale.

Paradossalmente (ma neanche tanto) i teorici del neoliberismo, come Fukujama, dopo il crollo dell’URSS, hanno sostenuto una tesi analoga, ma in direzione opposta: il capitalismo iperliberista e globalizzato sarebbe stato il modello finale dell’evoluzione storica.

 

Anche senza la nascita di un nuovo soggetto politico e sociale antagonista, però, a tutti oggi è chiaro (forse anche allo stesso Fukujama) che la storia non è affatto finita e che la lotta tra le classi continuerà seppure in forme nuove e inedite.

Oggi col senno di poi – quello di chi ha visto il crollo dell’URSS e le mutazioni del modello cinese – possiamo forse affermare che quello della fine della storia è un falso tema che non aiuta la lotta contro il capitalismo: la lotta di classe rimane il terreno principale sul quale si formano e si trasformano i modelli sociali ed economici.

La stessa caduta del socialismo reale in URSS ne è una conferma: settanta anni di regime non hanno impedito che la società si modificasse al punto da promuovere un capitalismo oligarchico come quello attuale.

Mettere in discussione questo tema della fine della storia (e della lotta di classe) non significa solo mettere in dubbio un aspetto teorico, ma anche criticare quella idea e quella pratica di società e di stato che hanno caratterizzato la rivoluzione russa.

 

Ma proviamo ad andare con ordine.

 

L’idea della fine della storia nasce già in Marx quando egli individua nella capacità della borghesia di rivoluzionare il modo di produzione, di sviluppare le applicazioni tecniche della nuova scienza alla produzione e di trasformare l’articolazione sociale attraverso un grandioso processo di proletarizzazione. Naturalmente nell’opera ampia di Marx esistono anche tutte le sfumature e (perché no?) le contraddizioni per contrastare (almeno in parte) questa visione lineare e deterministica.

Ma nell’azione necessariamente rapida del partito bolscevico, di fronte allo sviluppo delle contraddizioni che portano alla rivoluzione, l’idea semplice che lo sviluppo capitalistico della produzione porti inevitabilmente alla proletarizzazione della società e quindi alla costruzione del nuovo modello sociale è forte e travolgente.

Scrive Lenin : “Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati piccolo-borghesi, essa concentra , raggruppa e organizza il proletariato. Grazie alla sua funzione economica nella produzione, solo il proletariato è capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le masse sfruttate, che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno e anche più dei proletari, ma che sono incapaci di lottare indipendentemente per la loro emancipazione.” ( “Stato e rivoluzione”)

Questa visione appare oggi ai nostri occhi deterministica e non suffragata dagli attuali sviluppi del capitalismo globalista che non rinuncia ovunque alle dimensioni fordiste della produzione, ma le accompagna comunque sempre con una azione di frazionamento e dispersione degli stessi lavoratori.

Nel capitalismo, quindi, lo sviluppo delle forze produttive – a differenza di quanto previsto da Marx e in una certa misura anche da Lenin – non avviene in conflitto con i rapporti sociali di produzione, ma all’interno di essi, come già diceva Raniero Panzieri.

Eppure è proprio a partire dall’idea della proletarizzazione determinata necessariamente dallo sviluppo delle forze produttive che Lenin e il governo bolscevico rivoluzionario usavano spregiudicatamente il potere statale sovietico per “distruggere” le altre classi sociali – in particolare le masse contadine – per trasformarle in classe operaia, perno dell’edificazione della società socialista.

 

Questa pratica “volontaristica” (lo stato che plasma la società e non quest’ultima che esprime lo stato) prevalse definitivamente con Stalin e divenne non solo una forma di lotta politica interna al PCUS, ma anche una politica sulle nazionalità.

In particolare con Stalin lo stato diventò tutto, la società niente: una parola d’ordine simmetricamente opposta a quella dei liberisti degli anni ’80 che tanto s’impegnarono per demolire l’URSS.

Fu Margaret Thatcher, infatti, a proclamare che la società non esiste e che esistono solo gli individui.

Nell’idea rivoluzionaria dell’Ottobre, lo sviluppo forzoso dell’industrializzazione per creare la classe operaia, come classe capace di dirigere la costruzione del socialismo, si accompagnava anche con l’idea della possibilità di uno sviluppo economico e produttivo lineare.

Era un’idea in qualche misura mutuata dal capitalismo fordista e comunque condivisa con esso: oggi sappiamo che invece esiste un limite strutturale – ambientale che è forse già stato superato e che sta determinando i disastri ecologici che sono alla base non solo delle catastrofi climatiche, ma anche degli imponenti processi migratori.

 

La centralità della classe operaia come soggetto unico capace di guidare la società verso il socialismo si accompagnava nella teoria e nella pratica del partito bolscevico con la centralità del partito.

Un partito centralistico, giustificato dalla lotta clandestina, prima, militare, poi, contro lo zarismo e contro le armate bianche, che dopo la rivoluzione e la sconfitta delle armate reazionarie ha continuato a operare in modo centralistico in un connubio sempre più stretto con l’apparato statale.

La filiera di queste tre centralità – classe operaia, partito, stato – nella costruzione dell’URSS ha finito per collassare in un’unica centralità: quella del partito-stato oligarchico fortemente separato dalla società di massa, resa amorfa nella pretesa di aver abolito la separazione in classi.

Come sappiamo, settant’anni dopo questo modello ha prodotto il capitalismo oligarchico che governa oggi la Russia e gli altri paesi dell’URSS e del patto di Varsavia.

Occorre quindi ripartire dalla critica di questi tre cardini dell’elaborazione leninista e bolscevica per capire su quali fondamenti sia possibile provare a costruire una sinistra del XXI secolo.

 

Come si è già detto, lo sviluppo tecnologico e produttivo, che ha superato lo stadio fordista degli anni ’30, sta determinando una forte articolazione del mondo del lavoro che dipende dal capitale: questo dato si rispecchia nella frammentazione del mercato del lavoro.

Non si dà più naturalmente una centralità di un soggetto sociale – come era all’inizio del secolo scorso per la classe operaia – e non si realizza più quel processo di proletarizzazione omogenea che giustamente Lenin sottolineava.

Per usare i termini gramsciani, si tratta ora piuttosto di provare a costruire un blocco storico articolato che riunisca i diversi soggetti di questo variegato mondo del lavoro, lasciando che siano le concrete pratiche sociali e politiche a definire di chi sia l’egemonia all’interno di questa alleanza.

Ma da questo diverso quadro sociale emerge anche l’esigenza di progettare in modo differente il modello organizzativo della politica, riconsiderando criticamente quelle esperienze storiche che precedettero la costruzione della socialdemocrazia tedesca, da un lato, e il partito bolscevico russo, dall’altro, e che furono sconfitte e cancellate dall’avanzare in Europa delle due sinistre storiche: quella socialdemocratica e quella comunista.

 

Oggi queste due sinistre storiche sono sostanzialmente scomparse – almeno nello scenario europeo – perché la fine della seconda (quella comunista) ha trascinato con sé anche la prima (quella socialdemocratica).

Infatti il crollo di un modello politico sociale alternativo al capitalismo ha finito per ridurre anche le capacità contrattuali dei partiti riformisti che si sono progressivamente omologati e integrati col potere economico e finanziario capitalistico.

La radice comune delle due sinistre storiche europee è nel congresso della SPD tedesca ad Erfurt nel 1871: lì nacque il modello di partito “moderno” organizzato con una struttura nazionale centralizzata, una direzione eletta al congresso annuale, un organo di stampa centrale; la quarta sezione del programma si intitolava “lo stato del futuro” e, pur mantenendo formalmente citazioni marxiane sull’estinzione dello stato, lasciava intendere che l’obiettivo del partito fosse quello di conquistare lo stato e di occuparlo in nome delle masse proletarie.                       E’ naturale pensare che un tale modello di partito non potesse che nascere nella Germania unificata e prussificata da Bismarck: fu, infatti, lo stato bismarckiano per primo nel mondo ad attuare un sistema previdenziale e un’assicurazione contro le malattie e gli infortuni, cioè buona parte di quello che noi oggi chiamiamo stato sociale.                                                Ciò che interessa qui, però, non è ricordare questa storia nota, quanto piuttosto osservare che il modello tedesco del partito, che influenzò successivamente la natura di tutti gli altri partiti anche “borghesi” e che prevalse in Italia nel movimento socialista grazie alle posizioni di Turati, non era l’unico alla fine dell’ottocento in Europa e in Italia.

 

In Belgio nel 1894 il Partito operaio belga approvò la carta di Quaregnon che rappresentava in qualche modo l’alternativa al programma di Erfurt.

Scrive Pino Ferraris: “ In estrema sintesi si può dire che il programma tedesco afferma l’assoluta centralità della costruzione di un partito politico centralizzato e gerarchico, quasi “stato nello stato” come supremo strumento per l’edificazione del socialismo mediante lo stato. Il progetto del partito belga propone la convergenza del vasto pluralismo delle “libere associazioni” per far emergere “un’altra società” dentro la società, utilizzando “anche” strumenti istituzionali radicalmente democratizzati: i comuni e il parlamento.” ( “Ieri e domani” edizioni dell’asino 2011)

E aggiunge: “il movimento operaio belga riesce a rappresentare la variegata e differenziata articolazione sociale e culturale costruendo una rete federativa che unisce le autonomie senza omologarle. In secondo luogo il partito operaio non si colloca come vertice gerarchico delle molteplici “libere associazioni”, ma si inserisce come attore di una politicizzazione pervasiva dentro la trama dell’associazionismo, costruendo il senso di una comune appartenenza. (…) L’universo associativo belga era retto dal principio federativo. Un federalismo orizzontale articolava il partito in ventisei federazioni regionali con ampie autonomie, alle quali facevano capo complessivamente cinquecento raggruppamenti sociali e politici. A questo federalismo orizzontale si accompagnava poi un federalismo funzionale che faceva sì che i diversi raggruppamenti (partito, cooperative, sindacati, associazioni di mutuo soccorso) salvaguardando le loro autonomie, si incontrassero in modo sinergico e collaborativo nella vasta rete delle centosettantadue case del popolo, centri polivalenti di vita sociale e nodi essenziali della rete federativa territoriale e funzionale.”

Secondo Ferraris, nella realtà italiana del movimento operaio di quei tempi, Gnocchi Viani (il fondatore della camera del lavoro di Milano) era fortemente critico nei confronti della “scuola della riforma sociale per opera dello stato” di derivazione bismarckiana. Sosteneva invece che le leggi non dovessero intervenire per sottrarre spazi, materie, possibilità al “far da sé” degli operai, ma dovessero intervenire per “togliere ostacoli”, per agevolare l’esercizio dell’autogestione operaia dei problemi e degli interessi degli operai stessi. La sua battaglia contro Turati, accusato di voler importare in Italia il “partito tedesco” fu molto netta.”

Naturalmente non si tratta ora di riproporre banalmente un’esperienza vecchia di più di un secolo, ma di riflettere criticamente su quest’altro modello politico e organizzativo.

Perché questa vasta esperienza belga, ma anche italiana e francese venne sconfitta e spazzata via con i primi anni del nuovo secolo? Il mondo si avviava progressivamente verso il confronto militare sia tra gli stati, sia all’interno di ognuno di essi: il prevalere della dimensione militare dello scontro (ricordate la frase di Lenin sulla guerra come altra forma per continuare la lotta politica di classe o quella di Mao sul potere che sta sulla canna del fucile ?) favorì inevitabilmente e “giustamente” il modello di partito centralistico organizzato come una falange militare.

Questa dimensione bellica proseguì per tutto il “secolo breve” fino alla caduta del muro di Berlino: con quella caduta furono travolti i contenuti dei partiti del movimento operaio, ma non la loro forma che ha per altro pervaso anche le altre organizzazioni politiche avverse.

 

E’ interessante, però, notare come anche nel partito bolscevico, dopo la presa del potere e dopo la vittoria sulle armate bianche, di fronte al compito immane di costruire un nuovo modello sociale, si fosse riaperto un dibattito per un progetto che cercasse di andare oltre il binomio stato – partito.

Nei suoi ultimi scritti Lenin (1923) apre questo confronto in modo aperto: “ …l’organizzare in misura sufficientemente ampia e profonda la popolazione russa in cooperative nel periodo della NEP, è tutto quanto occorre, dato che ora abbiamo trovato quel grado di coordinazione dell’interesse privato, dell’interesse commerciale privato, con la verifica e con il controllo da parte dello Stato, quel grado di subordinazione dell’interesse privato all’interesse generale…” (Sulla cooperazione ).

E ancora: “ Il nostro apparato statale, se si eccettua il Commissariato del popolo degli affari esteri è, più di ogni altra cosa, un residuo del passato, e che meno di ogni altra cosa ha subito serie modificazioni. E’ soltanto un po’ verniciato alla superficie e per il resto è rimasto un vero tipo del nostro vecchio apparato statale” (Come riorganizzare l’ispezione operaia e contadina)

Analogamente Bucharin “….temeva che l’arretratezza culturale delle masse operaie potesse consentire lo svilupparsi una nuova classe. Se gli strati avanzati del proletariato (i suoi quadri dirigenti) si fossero alienati dalle masse e assimilati con le élites amministrative dominanti avrebbero potuto coagularsi in una casta privilegiata e monopolistica e insieme trasformarsi nell’embrione di una nuova classe dominante". “L’antidoto alla burocrazia – secondo Bucharin – consisteva nel riempire questo vuoto – tra governo e popolo – con centinaia e migliaia di società, circoli e associazioni di volontari, piccole e grandi, in rapida espansione” ((Cohen “Bucharin e la rivoluzione bolscevica “).

E’ indubbio che in Europa, come negli USA, abbiamo bisogno di un partito che riformuli gli obiettivi di un socialismo possibile nel XXI secolo: deve essere un partito che si ricostruisce nella società e, in particolare, all’interno dell’attuale variegato mondo del lavoro.

Ma, a differenza del partito bolscevico, esso deve essere capace di realizzare un’ampia aggregazione di esperienze sociali e associative, che facciano capire qui e ora quale tipo di società socialista può essere costruita in prospettiva sulla base della costruzione di un ampio blocco sociale alternativo a quello capitalista: per questo l’esperienza del movimento operaio della fine del secolo XIX, rivisitata e attualizzata, può essere una interessante fonte di ispirazione.

Il partito deve essere capace anche, a partire da un reale radicamento nella società “per far emergere “un’altra società” dentro la società” – come scriveva Pino Ferraris – di percorrere una “lunga marcia all’interno delle istituzioni” per ricostruire il senso di una partecipazione di lotta della rappresentanza dei lavoratori nelle sedi istituzionali, cominciando da quelle più vicine ai cittadini.

 

In tutto il cosiddetto mondo occidentale, infatti, la democrazia rappresentativa – fiore all’occhiello della borghesia capitalistica – è in grave crisi di credibilità: milioni di elettori rinunciano al diritto di voto per esprimere così la loro sfiducia nelle assemblee elettive.

Ma questa disaffezione per le istituzioni rappresentative mette in evidenza anche un’altro profondo cambiamento in atto: gli stati nazionali, a differenza dei tempi di Lenin, non sono più il centro del potere politico ed economico.

Essi sono al tempo stesso troppo piccoli per contrastare efficacemente il potere delle oligarchie economiche e finanziarie che dirigono il mercato globalizzato e troppo grandi per prendersi cura dei territori e delle popolazioni che li abitano.

I governi nazionali sono oggi totalmente subalterni agli interessi e ai voleri di quelle oligarchie e altrettanto totalmente estranei al mondo dei lavoratori che popolano i territori.

Il socialismo in un paese solo non si è realizzato e le vie nazionali al socialismo sono rimaste sulla carta: a maggior ragione oggi un’ipotesi socialista può fondarsi solo su una scala nettamente più ampia di quella nazionale.

Ma occorre anche che lo sguardo sopranazionale si basi su un’attenta cura dei territori e delle loro specificità: l’adagio ecologista – pensare globalmente, agire localmente – assume oggi una valenza ancora maggiore.

 

Lenin scrisse “Stato e rivoluzione” tra l’agosto e il settembre del 1917, ma non riuscì a completarlo con un ultimo capitolo sulle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917.

Scrisse in un poscritto del novembre: “ non ho avuto tempo di scriverne una sola riga; ne fui ‘impedito’ dalla crisi politica, vigilia della rivoluzione d’Ottobre 1917. Non c’è che da rallegrarsi di un tale ‘impedimento’. Ma la seconda parte di questo opuscolo dovrà certamente essere rinviata a molto più tardi; è più piacevole e più utile fare ‘l’esperienza di una rivoluzione ’ che non scrivere su di essa”.

 

 

Riccardo Barbero

7 novembre 2017