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GLI SCOPI DEL SITO

wc logoIl sito Workingclass intende essere uno strumento di studio e di ricerca sui temi del lavoro, delle sue condizioni, del suo senso oggi, delle prospettive di ricomposizione sociale, partecipazione e di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

La struttura e, soprattutto, la documentazione attualmente presente è un punto di partenza, una sorta di cristallo di agglomerazione, che – se riuscirà a crescere – dovrebbe permettere:

  • Una circolazione di informazioni nella forma di documentazione e di commenti
  • Una organizzazione della documentazione tale da soddisfare uno studio sui temi trattati da parte di chiunque lo intenda fare e da parte del collettivo che gestisce il sito
  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



via seta

“La nuova via della seta” (“la strada”, via mare, e “la cintura”, via terra) è l’immagine evocativa usata da Xi Jinping, Segretario Generale del PCC, per pubblicizzare l’insieme delle iniziative, degli investimenti, che la Cina sta realizzando per potenziare i trasporti, il commercio, tra Shanghai e Venezia, e in tutte le stazioni e i porti intermedi. E’ la ripresa, il ritorno, dopo un paio di secoli di inversione, del flusso abituale dei manufatti, da oriente ad occidente, come scriveva qualche anno fa Marcello de Cecco.

Un quadro sintetico dell’annuncio, comparso in molte sedi, lo si trova nel primo link.

All’immagine evocativa, al momento, non sembra corrispondere nulla di nuovo ed importante, anche se il numero dei container delle aziende cinesi destinati all’Europa centrale che approdano nel Veneto potrebbe crescere molto. La “via” è una cornice generale, come il “Corridoio 5” del trasporto ferroviario veloce in Europa, che nella realtà ora non esiste e forse non esisterà mai.

 

Ma, se si cercano, in rete e in biblioteca, notizie sugli investimenti cinesi in Malaysia, in Pakistan, in Kenia e nella zona dei grandi laghi africani, in Grecia, si trovano cifre importanti e iniziative che stanno cambiando il quadro finanziario e industriale di quei paesi, espellendo interi gruppi sociali dalle attività tradizionali (a proposito di “aiutiamoli a casa loro”), spostando il baricentro del mondo.

 

Occidente ed Oriente; Nord e Sud

Prima di parlare dei singoli paesi, e delle domande che suscitano alcune differenze, negli investimenti e nei commenti, occorre dare qualche informazione (anche se grossolana) e ricordare qualche data a proposito della ricchezza e della povertà del Nord e del Sud del mondo.

In genere si parla dello spostamento dei lavori nei paesi emergenti solo come di una ripresa del colonialismo, come della esportazione di lavori faticosi e pericolosi che gli occidentali non vogliono fare più. La superiorità dell’Occidente, negativa e oppressiva secondo i critici del capitalismo, viene data come ovvia, come permanente. Le condizioni sociali, l’attesa di vita, la mortalità infantile, di noi italiani, per esempio, molto migliore oggi rispetto a quelle degli africani, viene proiettata all’indietro in un passato indefinito, come se, per noi, durasse da secoli; come se i nostri padri, i nostri nonni per i giovani, stessero molto meglio di quanto gli africani stiano oggi.

In realtà ancora nel 1820 (vedi il link allo Undp 2013 o quello all’articolo di Guglielmo Ragozzino su “Sbilanciamoci”) la produzione di Brasile, India e Cina era metà della produzione del mondo; quello di Europa e Stati Uniti un quinto. Il sorpasso da parte dell’Occidente è avvenuto intorno al 1860, quando nasceva l’Italia come Stato unitario e gli Stati Uniti si dividevano, con molto sangue, nella guerra civile. Con l’industria e gli imperi la situazione è cambiata rapidamente in meno di un secolo. Durante la seconda Guerra mondiale erano Stati Uniti ed Europa (il Nord) a produrre metà della produzione del mondo mentre Brasile, India e Cina (il Sud) erano scesi a un decimo. Da allora, malgrado il neocolonialismo e le guerre, le cose sono cambiate. Nel 2020 dovrebbe avvenire la nuova inversione, cioè il Sud dovrebbe tornare a produrre più del Nord. Sono stime grossolane, naturalmente, e riguardano la produzione complessiva di miliardi di persone, non la ricchezza dei singoli, molto diseguale, tra l’altro, anche al Sud. Ma dovrebbero bastare a cancellare la sensazione, che credo ancora diffusa, di un agitarsi senza risultato dei paesi emergenti.

Per le condizioni sociali, la mortalità infantile, l’attesa di vita, in Italia, il compito è più facile e i dati sono più precisi: basta guardare le statistiche storiche dell’Istat. All’inizio del secolo scorso, nel 1900, mentre la grande emigrazione si estendeva all’intero Mezzogiorno, l’età mediana alla morte in Italia era tra i 5 e i 6 anni. Cioè un po’ più di metà degli italiani moriva prima dei 6 anni: un quarto nel primo anno di vita; un altro quarto tra uno e cinque anni. Nessun paese africano, neanche la Repubblica Centrafricana, si avvicina oggi, neppure da lontano, a una condizione simile. Nel 1922, che è anno di censimento, oltre che l’inizio del Fascismo, l’attesa di vita in Abruzzo era di 40 anni, 12 di meno del Piemonte, più di venticinque anni meno dei paesi africani in condizioni peggiori oggi. Anche per questo la popolazione dell’Africa è in aumento più rapido di quella italiana a inizio ‘900.

 

Il Corno d’Africa e l’Africa Centrale

E’ facile trovare cifre, non sempre coincidenti tra le fonti, degli investimenti realizzati o previsti da aziende cinesi in Kenia, Uganda, Burundi, Etiopia, Tanzania, Congo. Più difficile collocarli nel quadro complessivo degli interventi militari e dei conflitti (vedi David van Reybrouck, Congo(1)) diretti e indiretti, con milioni di morti, per l’appropriazione delle risorse e il dominio politico, tra le grandi potenze e tra gli Stati locali. E capire di chi è il vantaggio finale.

I cinesi hanno costruito, con tecnici, operai, macchine e materiali, cinesi, e finanziato – cioè prestato al governo keniano i soldi per pagare se stessi – una ferrovia moderna tra Nairobi e il porto di Mombasa. La cifra prestata per Repubblica è di circa tre miliardi di dollari; per il New York Times di circa 4. Repubblica è molto entusiasta della efficienza, della velocità (5 ore invece di 10-12 per 470 km), delle ottime prospettive economiche e commerciali. Il NYT sottolinea l’aumento del debito keniano, la separatezza dal contesto sociale, i pericoli per un parco che viene attraversato senza protezioni adeguate. Quando gli inglesi costruirono la ferrovia precedente, con operai indiani, morirono quasi 2.000 manovali, alcuni, tra cui un capo cantiere bianco, mangiati dai leoni. Ora c’è il rischio che siano i treni ad ammazzare i leoni. La stazione sembra un aereoporto internazionale, separata, socialmente ed esteticamente, dalla città. Forse gli unici a guadagnarci saranno i cinesi, per il trasporto di merci e persone cinesi, dice il NYT.

Se si leggono i commenti della stampa anglosassone si scopre che la linea ferroviaria già costruita è solo il primo tratto di una linea che dovrebbe girare intorno al Lago Vittoria e arrivare fino in Burundi, passando per Uganda e Rwanda; che ci dovrebbe essere un ramo che arriva nella Repubblica Democratica del Congo ed uno che sale fino al Sud Sudan. I crediti previsti sono dell’ordine della decina di miliardi di dollari ai vari Stati.

Sui rapporti tra Cina e Repubblica Democratica del Congo (il vecchio Congo Belga, il Congo del libro di van Reybrouck) c’è una interessante commento di Kebemba, su una rivista di sociologia sudafricana.

Dopo aver osservato che la crescita economica del Congo, tra 7 ed 8 % per anno è molto al di sopra della media africana, e che perciò gli investimenti cinesi sembrano avere effetti positivi, fa notare che però non c’è aumento dell’occupazione e che il Congo resta penultimo nella graduatoria dello Sviluppo Umano secondo l’ONU. Il rapido sviluppo economico ha portato la Cina ad avere ambizioni geostrategiche ed egemoniche. “Gli interessi della Cina in Congo sono multeplici, non limitati al solo accesso alle risorse minerarie...Il Congo, con 85 milioni di abitanti stimati, è il quarto paese in Africa per popolazione. Costituisce un mercato importante per prodotti cinesi come macchinari, tessuti, abiti, elettronica di consumo. Il Congo è anche il paese più grande per superficie dopo l’Algeria. Ha bisogno di ricostruzione, dopo decenni di abbandono e di guerra. La Cina ha l’opportunità di investire in strade, ferrovie, energia, dighe, navigazione fluviale, linee aeree… La Banca Mondiale stima che le ricchezze minerarie del Congo valgano 24.000 miliardi di dollari, pari alla somma del PIL di Stati Uniti ed Europa.”

La preoccupazione di Kebemba è che la Cina consideri solo il piano economico e quello della propria potenza, non quello dello sviluppo umano e sociale del paese africano; che continui ad arricchire i gruppi corrotti al potere. E’ come se attribuisse alla Cina non solo la colpa di accrescere la corruzione in Congo, cosa probabile e certo criticabile, ma anche la capacità, la possibilità di determinare dall’alto lo sviluppo sociale del Congo, e di non fare abbastanza per questo sviluppo. Anche questo è probabilmente vero. Ma perché aspettarsi un comportamento diverso da un imperialismo nascente? E sarebbe possibile fare diversamente senza dominare direttamente il Congo? E’ come se ci fosse un trascinamento delle aspettative di salvezza che si avevano nei confronti di Mao Tze Tung.

Di recente un progetto di finanziamento cinese per 9 miliardi di dollari per la costruzione di infrastrutture in cambio di minerali è stato bocciato dal Fondo Monetario Internazionale perché avrebbe fatto crescere troppo il debito del Congo ed è stato ridotto a 6 miliardi. Ma “le riserve cedute alla Cina secondo il primo progetto sono rimaste immutate. La Cina riceverà ancora 10 milioni di tonnellate di rame e 600.000 di cobalto.”

Sembra di leggere il vecchio La venas abiertas de America Latina.

Il quadro, secondo i commenti anglosassoni, sembra più equilibrato per l’Etiopia. Le cifre sono sempre dell’ordine della diecina di miliardi ma il dare e l’avere sembrano meno sbilanciati, tra i paesi, s’intende. Ma ai contadini espulsi dalla terra o dal mercato dalla vendita di alimenti prodotti dai cinesi in loco, l’equilibrio commerciale non porta benefici.

Oggi i grandi pescherecci cinesi che pescano a strascico sotto costa lasciano senza pesce i pescatori locali in Senegal, come avveniva in Sicilia ai tempi di Danilo Dolci, più di sessanta anni fa. I grandi pescherecci, allora, erano italiani, ma questo non cambiava nulla per i pescatori locali.

 

Il sudest asiatico, la Grecia

Se si passa dall’Africa alla Malaysia bisogna aggiungere uno zero alle cifre di cui si parla. Si tratta cioè di una cifra dell’ordine di 100 miliardi di dollari e di più settori. Non stupisce il rapporto stretto perché Kuala Lumpur, che è una città di 7 milioni e mezzo di abitanti, in un paese che di abitanti ne conta una quarantina, è in origine (ci dice la rete) una città cinese.

Può stupire invece che in Indonesia, il quarto paese del mondo per popolazione, stimata a poco meno di 265 milioni, la vecchia Giava, con un chilometro verticale di risaie terrazzate, un polo culturale del mondo con il suo islam penetrato dal buddismo, gli investimenti di cui si trova traccia siano insignificanti. Sarà sbagliato pensare che, dalle due parti, pesi l’eredità del milione di comunisti filocinesi massacrati nel 1965? Certo non è l’islam ad ostacolare i rapporti. I cinesi stanno ampliando in Pakistan, che certo è un paese islamico, il porto di Gwadar, punto di partenza della ferrovia verso nord e la Cina occidentale e stanno costruendo autostrade e ferrovie nella parte occidentale del proprio paese, abitata da islamici. Si parla di decine di migliaia di operai cinesi all’opera in Pakistan. Le linee ferroviarie ad alta velocità che collegano Pekino a Canton, a Shanghai, vengono estese ad Occidente, fino al Tibet, verso Urumqi, la Russia, l’Europa.

Dovrebbe essere la “cintura”, la linea di terra, che dovrebbe risultare molto più veloce delle navi portacontainer e meno costosa degli aerei.

 

Il ritorno delle concessioni

Un secolo e mezzo fa, più o meno, nel 1863, Regno Unito e Stati Uniti, cui poi si aggiunsero altri Stati, unificarono le concessioni, le zone di propria sovranità diretta ed esclusiva sui commerci e su una parte di terrirorio, nel porto di Shanghai e in altri cinque porti. Le concessioni erano state acquisite coi trattati ineguali seguiti alla vittoria dei britannici sull’esercito Qing nella guerra dell’oppio – la guerra per imporre ai cinesi l’importazione di oppio dai britannici. Nel 1895 il Giappone, che aveva cancellato i trattati, ineguali a proprio danno, con gli occidentali, si aggiunse alle potenze mondiali che aveno trattati ineguali con la Cina, e partecipò al governo delle concessioni, con propri amministratori e proprie truppe.

Sui ponti di accesso alle concessioni c’era la famosa scritta “vietato ai cani e ai cinesi”. L’acquisto di porti, come quello del Pireo, e privilegi commerciali, sembrano rovesciare i rapporti, non renderli simmetrici. In Africa ci sono vecchie zone esclusive degli occidentali, basi militari e avamposti commerciali, cui si aggiungono quelle dei cinesi. Ci sono immunità di fatto, come per il bracconaggio e il commercio dell’avorio, il contrabbando di diamanti, l’appropriazione di risorse minerarie. Anche in Grecia sono in molti, Stati e privati, ad acquistare pezzi di territorio, banche ed aziende, anche se, per ora, non si sono viste scritte come quelle sui cani e i cinesi.

 

Francesco Ciafaloni

25 agosto 2016

 

(1) David Van Reybrouck, Congo, Feltrinelli editore, Milano

http://www.agi.it/estero/2017/05/14/news/porti_e_ferrovie_la_sfida_italiana_sulla_nuova_via_della_seta-1770499/

http://hdr.undp.org/en/2013-report

http://sbilanciamoci.info/storia-di-un-secolo-e-quasi-due-21428/

http://www.repubblica.it/esteri/2017/06/01/news/kenya_e_partito_il_primo_treno_della_liberta_sostituisce_la_antica_ferrovia_degli_inglesi-166967654/

https://www.nytimes.com/2017/06/08/world/africa/kenyans-fear-chinese-backed-railway-is-another-lunatic-express.html

http://asq.africa.ufl.edu/files/v16a6.Kabemba.HD_.pdf