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GLI SCOPI DEL SITO

wc logoIl sito Workingclass intende essere uno strumento di studio e di ricerca sui temi del lavoro, delle sue condizioni, del suo senso oggi, delle prospettive di ricomposizione sociale, partecipazione e di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

La struttura e, soprattutto, la documentazione attualmente presente è un punto di partenza, una sorta di cristallo di agglomerazione, che – se riuscirà a crescere – dovrebbe permettere:

  • Una circolazione di informazioni nella forma di documentazione e di commenti
  • Una organizzazione della documentazione tale da soddisfare uno studio sui temi trattati da parte di chiunque lo intenda fare e da parte del collettivo che gestisce il sito
  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



brasil vacio“Un paese che non ha dignità non prova indignazione”

Il presidente della Repubblica è stato colto in flagrante mentre commetteva una serie di reati, e le prove furono presentate a tutto il paese. Conl’eccezione di una protesta qui, un’altra là, la vita ha seguito la sua tragica normalità. In altri paesiil presidente avebbe dovuto rinunciare imediatamente e, chissà, sarebbe stato incarcerato. Se avresse resistito, i palazzi sarebbero stati accerchiati da migliaia di persone e milioni sarebbero scese in strada fino all’uscita di quel delinquente, poiché le istituzioni politiche sono sacre, perché rappresentano la dignità e la moralità nazionale. Qui no. In Brasile tutto è possibile. Gruppi di banditi possono usare le istituzioni del potere al loro piacimento.

 

In fin dei conti, in Brasile non abbiamo mai avuto repubblica.

Perfino la stessa opposizione, che è stata esonerata dal governo, gira lespalle e molti giungono a sospettare che la denuncia contro Temer sia un golpe nel golpe. Che esistano vari interessi in gioco nella denunzia, qualsiasi persona ragionevolmente informata lo sa, ma da questo ad adottare attitudini passive di fronte all’esistenza di una banda di delinquenti al comando del paese, significa che importa poco dei destini del Brasile e del suo popolo, dando la precedenza piú al calcolo politico di partiti e gruppi particolari.

 

Il Brasile ha una unità politica e territoriale, ma non ha anima, non ha carattere, non ha dignitá ma ha un popolo. Siamo una somma di parti disconnesse. L’unitá politica e territoriale fu raggiunta a costo della violenza dei potenti, dei colonizzatori, dei bandeirantes(1) degli schiavisti dell’Impero, dei coronéis(2) della Prima Repubblica, degli industriali che amalgamarono, nelle pareti delle loro imprese, il sudore e il sangue dei lavotatori con la miséria e la degradazione servile dei lavoratori poveri. Gli Indios furono massacrati; gli schiavi furono uccisi o frustati; la dissidenzia fu decimata; le lotte sociali furono trattate a baionette, a manganelli e pallottole. La nostra anima, l’anima brasiliana, si arricchì di due elementi: sottomissione e indifferenza. Non abbiamo valori, non abbiamo vincoli societari, non abbiamo costumi che possono amalgamare il nostro carattere e siamo il popolo, di tutte le Americhe, che ha il minore índice di confiabilità interpersonale, come si deduce da molte indagini.

 

Nella tragica normalità della mostra storia non ci siamo mai rivoltati contro il nostro dominatore coloniale. Lui ci ha concesso l’indipendenza per opera della sua magnanimità. Non abbiamo fatto la guerra civile contro gli schiavisti e non abbiamo fatto una rivoluzione republicana. Il dolore e i cadaveri si sono ammucchiati lungo il tempo e il verde delle nostre foreste si è macchiato con il sangue dei più deboli, dei diseredati.

 

Oggi stesso, non ci indignamo nemmeno per le 60 mila morti violente annuali o per le 50 mila vittime fatali o per i più di 200 mila feriti gravi negli incidenti stradali. Non ci preoccupiamo dei giovani poveri e negri delle periferie e per la spaventosa violenza contro le donne, tutto è normale, tragicamente normale.

 

Quando noi, quelli di basso, giungiamo al potere, ci sediamo alla tavola dei nostri nemici, brindiamo, commemoriamo e libiamo con loro, perché nel nostro sbalordimento, crediamo di essere definitivamente accolti nella Casa Grande(3) dei palazzi. Solo ci accorgiamo del nostro vergognoso inganno il giorno in cui i nostri nemici ci pugnalano alla schiena e ci sbattono fuori dai palazzi.

 

Non siamo mai stati una democrazia razziale e, in fondo, non siamo mai stati democrazia alcuna, poiché sempre ci mancò il criteirio irriducibile della ugualianza e della società giusta, affinché potessimo fregiarsi del titolo di democrazia. Noi ci accontentiamo con i soprassalti delle crescite economiche e con le briciole delle poche riduzioni delle disuguaglianze e gonfiamo il petto per dire che abbiamo raggiunto la redenzione o che stiamo al suo raggiungimento. Nel governo consegnamo miliardi di reais ai campioni nazionali senza capire che sono canaglie, che una volta preso i soldi sono i primi a voltare le spalle al Brasile e al suo popolo.

 

Nel Brasile, la mobilità sociale è esigua, le stratificazioni sociali sono abissali e non siamo capaci di trasformare queste differenze in lotte radicali, in insurrezioni, in rivolte. Preferiamo sedere a tavola dei nostri nemici e trattare con loro, di forma subalterna. Accettiamo i patti dei privilegiati di cui sopra e, in nome della tesi immorale che il fine giustifica i mezzi, ci corrompiamo come tutti e accettiamo l’assalto sistematico del capitalismo alle risorse pubbliche, ai preventivi, ai fondi pubblici, alle risorse sovvenzionate e, per giunta, sgraviamo i ricchi e penalizziamo i poveri per quanto riguardale imposte.

 

Quando ci accorgiamo dei nostri errori, ci indignamo più con parole giocate al vento che con comportamenti e lotte. Buona parte delle nostre lotte si risolvono con pic-nic civici nelle strade delle grandi città. E, in nome di tutto questo, per autogiustificare i nostri errori, sentiamo un sollievo nella coscenza, ripudiamo il senso di colpa, ma siamo incapaci di percepire che non abbiamo anima, non abbiamo carattere, non abbiamo morale e non abbiamo coraggio. Con lo stesso modo con il quale accettiamo le stragi, i massacri nelle prigioni, la violenza poliziesca nelle periferie e nelle favelas, accettiamo passivamente la distruzione della educazione, della salute, della scienza e della ricerca.

 

Accettiamo che il popolo sia una massa ignara e senza cultura, senza civiltà e senza civilizzazione. Continuiamo ad essere un popolo imbastardito, siamo figli di negre e indie ingravidate dalla violenza degli invasori, delle elite, delcapitale, delle classi politiche che fallirono nel condurre questo paese ad un livello dignitoso per il suo popolo.

 

Accettiamo la distruzione delle nostre foreste e della nostra biodiversità, l’avvelenamento delle nostre acque e delle nostre terre perché abbiamo la stessa anima dominata dalla cupidigia di sentirsi bene quando siamo seduti alla tavola dei signori e perché desideriamo raggiungere il frutto senza piantare l’albero. Se qualche barlume di coscienza, di anima o di carattere nazionale esiste, è cosa circoscritta alla vita intelletuale, non del popolo. Il popolo non ha nessun riferimento significativo nella nostra storia, in nessuneroe brasiliano, in nessun padre-fondatore, in nessuna proclamazione di indipendenza o di reppubblica, in nessun testo costituzionale , in nessun líder esemplare. Siamo governati per la sottomissione e per l’indifferenza. Non siamo capaci di guardare intorno a noi e di percepire le nostre tragedie. Ci si impietosisce per le tragedie di oltre-mare, ma non per le nostre. Non abbiamo la dignità dei sentimenti umani, della solidarietà, della pietà, della compassine. Non siamo capaci di indignarci e non saremo capaci digenerare rivolte, insurrezioni, anche se pacifiche. Anche se pacifiche, ma con la forza sufficente per far cambiare direzione al nostro paese.

 

Se non ci indignamo e non generiamo posizioni forti, non avremo un destino comune, non avremo u’unica anima insiemeal popolo, non costruiremo un futuro degno e la storia ci guarderà come generazioni di incapaci, di indifferenti e di personeche non si sono preoccupate nell’imprimire un contenuto significativo al loro passaggio nella vita sulla terra.

 

 

ALDO FORNAZIERI (Prof.allaScuoladi Sociologia e Politicadi São Paulo)

22 agosto 2017

 

Traduzione di Gilberto Grasso

Note:

 

 

(1) Bandeirantes: furono esploratori portoghesi e brasiliani che presero parte alle spedizioni esplorative del Sud America conquistando regioni brasiliane dal Mato Grosso al Rio delle Amazzoni espandendo, di fatto, i possedimenti portoghesi oltreil confine stabilito dal trattato di Tordesillas.

(2) Coroneis: ereditieri della nobiltà coloniale quindi grandi latifondisti padroni delle “Casa grande e senzala”.

(3 )riferimento allo scrittore e sociólogo brasiliano Gilberto Freyre che con la trilogia “Casa grande e senzala” (1933) inizia a narrare la storia sociale del Brasile ... “è la storia della formazione della famiglia brasiliana in regime di economia patriarcale”. Basandosi su una vasta documentazione, ricostruisce la struttura della società coloniale brasiliana analizzandola sociologicamente e psicologicamente. Chiaramente la Casa grande è laresidenza dei padroni e la Senzala il localedo ve erano ammucchiati gli schiavi negri.