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francia elezioni2017Il 23 aprile 2017 i francesi sono andati alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali: ha partecipato il 78% circa degli aventi diritto; solo in Corsica l’astensione ha raggiunto un livello significativamente più alto.

Storicamente l’astensione è stata più alta solo nel 2002 (28,4%) quando Chirac (gollisti) vinse contro Jospin (socialisti) e nel lontano 1969 (22,41%) quando Pompidou (gollisti) stracciò il socialista Gaston Defferre che raccolse solo il 5% dei consensi.

E’ probabile, però, che l’astensione aumenti al ballottaggio del 14 maggio prossimo: i sondaggi attuali danno vincente Emmanuel Macron al 60% contro Marine Le Pen al 40%.

Gli stessi sondaggi prevedono che gli elettori di Francois Fillon (Repubblicani-gollisti) votino al 48% Macron, al 33% Le Pen e che il restante 19% si astenga.

Più nettamente gli elettori di Benoit Hamon sosterrebbero Macron al 79%, mentre il 17% si asterrebbe e il restante 4% appoggerebbe Le Pen.

Anche l’elettorato di Jean-Luc Melenchon appoggerebbero in maggioranza Macron (62%) e solo il 9% voterebbe per Le Pen, mentre il 29% si asterrebbe.

 

Questi dati segnalano le contraddizioni e le incertezze che hanno caratterizzato fin da subito queste elezioni presidenziali.

 

Ecco il riepilogo dei dati finali del primo turno:

candidato

Organizzazione

collocazione

N° voti in milioni

%

Macron

En Marche!

Centro

8,53

23,86

Le Pen

Front nationale

Destra

7,66

21,43

Fillon

Les Répubblicains

Centro destra

7,13

19,94

Melenchon

La France insoumise

Sinistra

7,01

19,62

Hamon

Parti socialiste

Centro sinistra

2,27

6,35

Dupont –Aignan

Debout la France

Centro destra

1,69

4,73

Altri

Varie

Centro destra

0,83

2,31

Altri

Varie

Sinistra

0,62

1,75

 

 

Può essere interessante collocare questi risultati elettorali all’interno della serie storica del primo turno delle presidenziali dal 1965 (ultimo anno nel quale De Gaulle partecipò):

Anno

Destra

Centro destra

Centro

Centro sinistra/sinistra

1965

5,2

61,9

1,2

31,7

1969

-

67,8

1,3

30,9

1974

0,7

51,6

0,4

47,3

1981

-

49,3

3,9

46,8

1988

14,4

36,4

3,8

45,4

1995

15

44,2

0,3

40,5

2002

19,2

33,6

4,2

43

2007

10,4

34,6

18,6

36,4

2012

18,03

29,65

9,10

43,76

2017

21,43

26,44

23,86

27,72

 

 

Il grafico corrispondente può aiutare a interpretare meglio le tendenze storiche.

 

grafico elezionifrancia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il grafico evidenzia come il peso elettorale del centro destra (sostanzialmente di origine gaullista) sia stato preponderante fino agli anni 70 e come esso sia poi progressivamente sceso dando spazio all’estrema destra del Front nationale che ha ereditato una parte consistente dell’elettorato gaullista.

La successione da Jean Marie Le Pen alla figlia Marine ha permesso di consolidare questo passaggio.

Non casualmente nel 2002 quando J.M. Le Pen col 16,9% arrivò al ballottaggio sia il centro destra frammentato in 5 candidati, che il centro sinistra spezzettato tra 8 candidati e il centro si coalizzarono “senza problemi” contro di lui facendo eleggere Chirac, che da solo aveva appena il 19,9% dei voti.

Oggi M. Le Pen è considerata, invece, un candidato “normale”, pur essendo antieuropeista e sovranista e non è più osteggiata come l’erede della repubblica collaborazionista di Vichy. Una conferma di questa nuova situazione è venuta dall’alleanza tra il FN e la formazione “Debout la France” di Dupont-Aignan stipulata dopo il primo turno con l’impegno di fare di Nicolas Dupont-Aignan (ex gaullista) il futuro premier di un’eventuale presidenza Le Pen.

 

Il partito socialista negli anni 70 e 80 (l’era Mitterand) ha sfruttato il declino del centro destra gaullista e ha saputo coalizzare le formazioni di sinistra.

A partire dal 2000, però, è comparsa sullo scenario politico un’area di centro che prima era marginale e che oggi sembra trovare in E. Macron il suo nuovo rappresentante.

Quest’area politica oggi erode spazio politico sia al centro destra, sia al partito socialista che a partire dall’era Mitterand era riuscito ad attrarre una parte dell’elettorato moderato.

La novità di queste ultime elezioni presidenziali, dunque, non è tanto uno spostamento a destra dell’elettorato francese (che da sempre è prevalentemente conservatore), quanto piuttosto lo svuotamento dei due storici partiti (gaullisti e socialisti) che dal 65 in poi hanno costituito l’asse del quadro politico nazionale.

 

Un’analisi del profilo dei principali candidati può aiutare ad approfondire queste considerazioni iniziali.

Emmanuel Macron (8,5 milioni di voti pari al 23,86% dei votanti) ha studiato dai gesuiti e successivamente all’ENAC (Ecole national d’administration) sede di formazione dell’alta burocrazia statale francese; ha lavorato alla banca d’affari Rottschild, della quale è anche socio; nel 2012 diviene segretario generale aggiunto del neo eletto presidente Hollande, nell’estate 2014 diventa ministro dell’economia al posto di Arnaud Montebourg che dissente dalla linea del governo di Manuel Valls ritenendola troppo liberista; crea il movimento “En marche!” nell’aprile 2016 presentandolo come un movimento giovanile, nega di farlo per volersi candidare alla presidenziali e dichiara di non volersi dimettere dal governo; invece nell’agosto del 2016 si dimette da ministro prevedendo la non ricandidatura di Hollande; a novembre 2016 ufficializza la sua candidatura ma sceglie di non partecipare alle primarie del partito socialista dove Valls (primo ministro) viene sconfitto da Benoit Hamon della sinistra socialista che si era dimesso da ministro dell’istruzione dopo l’estromissione di Montebourg dalla carica di ministro dell’economia; nel febbraio 2017 la sua ascesa sembra poco credibile, ma Francois Bayrou, cattolico centrista che nel 2007 e nel 2012 aveva partecipato alle presidenziali (tra Sarkozy e Segolene Royal, prima, e tra Sarkozy ed Hollande, dopo) dichiara il suo appoggio a Macron e i sondaggi segnalano una netta risalita ; intanto l’economista Jean Pisani-Ferry lavora al suo programma elettorale dandogli una coerenza e un quadro di bilancio d’austerità, mentre il candidato gaullista Fillon travolto dallo scandalo rivelato dal Canard enchainé perde il sostegno dell’apparato del partito gaullista e la faida all’interno del partito socialista si completa con la dichiarazione di voto di Manuel Valls a favore di Macron. Durante la campagna elettorale Macron ha dichiarato: “ La differenza si pone oggi tra conservatori e progressisti, più che tra destra e sinistra.”

 

In questo deprimente teatrino della politica francese (molto simile a quello italiano e non solo) Emmanuel Macron appare come una figura “inventata” apposta per controbilanciare la grave crisi dei due principali partiti nazionali: la sua “resistibile ascesa” (analoga per molti aspetti a quella di Matteo Renzi, dal quale, però, lo differenzia una vera appartenenza alla classe dirigente nazionale) è possibile solo grazie alle faide interne al partito socialista e a quello gaullista.

Ma la crisi di questi due principali partiti dipende, a sua volta, dalla loro incapacità di gestire la difficile situazione economica e le tensioni sociali e politiche innescate dal terrorismo islamista.

 

Marine Le Pen (7,7 milioni di voti pari al 21,4% dei votanti) è la figlia di Jean Marie Le Pen che fondò il Front nationale nel 1972; laureata in legge ed europarlamentare ; nel 2011 succede al padre alla presidenza del partito e imprime una svolta più moderata all’organizzazione; arriva ad espellere il padre nel 2015 dopo la sua ennesima dichiarazione negazionista dell’olocausto.

Il tentativo di dare un volto più presentabile e meno fascista al Front inizia dopo le elezioni presidenziali del 2002 quando Jean Marie Le Pen al primo turno ottenne il 16,9% appena 3 punti percentuali dietro il gaullista Chirac. Come sappiamo al ballottaggio tutti i partiti si coalizzarono per bloccare il FN e Le Pen non salì oltre il 16%

In quell’occasione il FN apparve come una forza politica popolare, ma impresentabile per il governo a causa del suo orientamento fascista: Marine Le Pen nel corso di questi ultimi anni ha garantito la continuità reazionaria della proposta politica, ma ha anche offerto un’immagine più accettabile di quella del vecchio padre fascista.

Così alle presidenziali del 2012 la sua candidatura ricevette il 17,9% al primo turno; alle europee del 2014 il FN è stato il primo partito col 24,86%; l’anno successivo alle elezioni dipartimentali è salito al 25,19% e alle regionali, sempre nello stesso anno, al 27,3%.

 

Francois Fillon (7,1 milioni di voti pari al 19,9% dei votanti) esponente dei Repubblicani, partito gaullista, espressione del cosiddetto “gaullismo sociale” (fu sua la legge sulle 35 ore) ministro con Balladur (1993-95), con Juppé ((1995-97), con Raffarin (2002-05) e primo ministro sotto la presidenza Sarkozy (2007-12); giurista, figlio di un notaio, è il classico politico del partito gaullista molto apprezzato dai suoi; solo nel biennio 2005-07 viene estromesso dal governo forse per volere di Chirac al quale riserva dichiarazioni di fuoco; ha vinto nel 2016 le primarie all’interno del partito gaullista battendo Sarkozy ed era dato in testa dai sondaggi con più del 30%; lo scandalo relativo alla moglie Penelope, che avrebbe goduto per anni dello stipendio di assistente parlamentare senza mai fare nulla, rivelato dal giornale satirico Canard enchainé, ha fatto scendere drasticamente i suoi consensi presso l’opinione pubblica moderata probabilmente in favore sia di Macron, sia di Le Pen

 

Jean Luc Melenchon (7 milioni di voti pari al 19,6% dei votanti) proviene dalla sinistra del Partito socialista dal quale si è dimesso nel 2008, fondando il Parti de la gauche (che un anno fa dichiarava 8 mila iscritti); nel 2009 ha promosso il Front de la gauche ed è stato candidato alle presidenziali del 2012 col Front (insieme al PCF) raggiungendo l’11.1%; alle successive elezioni legislative sempre nel 2011 non è stato eletto (aveva sfidato Marine Le Pen nel suo collegio) e la sua organizzazione ha raccolto solo il 6,9% formando un manipolo di sei deputati (mentre erano 19 nella legislazione precedente i deputati della sinistra); a febbraio 2016 ha fondato un nuovo movimento attorno alla sua candidatura “la France insoumise” (la Francia che non si sottomette) dichiarando che “ non si tratta di riunire la sinistra, ma di federare il popolo contro l’oligarchia” e cercando di attirare il voto di coloro che ha definito “ i disgustati dalla politica”; ad ottobre 2016 con un’affollata convention a Lille ha definito il suo programma elettorale.

Alle prossime legislative dell’11 giugno la sinistra andrà divisa perché il PCF, che ha sostenuto Melenchon alle presidenziali, ha deciso di partecipare in proprio.

Il programma de “la France insoumise” s’intitola “La force du peuple” e racchiude nel campo economico e sociale un po’ tutte le rivendicazioni che in Europa sono emerse come tentativo di risposta alla lunga crisi: dalla lotta alla finanziarizzazione dell’economia con la richiesta della separazione tra le banche commerciali e quelle d’affari, alla tassazione della rendita finanziaria, dalla riduzione dell’orario di lavoro all’aumento del salario minimo garantito, dalla riduzione a 60 anni dell’età pensionabile all’innalzamento della pensione minima di vecchiaia, dalla patrimoniale all’aumento della tassa di successione (che in Italia è stata abolita da Berlusconi), dalla riduzione dell’IVA sui beni di prima necessità al piano casa, dal rilancio della sanità pubblica alla riduzione della carne nella dieta, dal sostegno all’agricoltura di prossimità al rifiuto degli ogm, dalla richiesta di portare tutta l’energia nel campo delle fonti rinnovabili all’acqua bene comune da salvaguardare, dalla rivendicazione del poliziotto di quartiere alla legalizzazione della cannabis.

Non mancano le rivendicazioni sui diritti informatici e il sostegno alla ricerca spaziale; ci sono poi la proposta di dare ai lavoratori il diritto di prelazione per formare una cooperativa di gestione che possa rilevare l’impresa nel caso di sua chiusura o vendita da parte della proprietà e quella di introdurre nelle imprese le votazioni sulle scelte strategiche del management; c’è il rifiuto dei trattati di libero scambio (come il TTIP) e la proposta dell’interdizione dei prodotti ottenuti con lo sfruttamento del lavoro minorile, ma anche le ritorsioni commerciali verso i paesi che sono paradisi fiscali; non mancano proposte di “protezionismo solidaristico”   contro le multinazionali e la finanza globalizzata e d’imposizione fiscale chilometrica e sull’uso del carbone rispetto alle importazioni. Si tratta quindi di una summa di protezionismo sociale e di protezionismo commerciale che lo stato francese dovrebbe far propria.

Per quanto riguarda la UE si chiede la modifica dello statuto della BCE, il rifiuto del patto di stabilità (deficit pubblico al 3% del PIL), la negoziazione di una rifondazione dell’Unione stessa con la ratifica di un referendum popolare, la sospensione del contributo francese al bilancio comunitario, la trasformazione dell’euro in moneta comune, ma non più unica, il ristabilimento di dazi nazionali. Sul tema europeo sembra quindi prevalente, allo stato attuale, una logica d’uscita dalla comunità.

Sul problema dell’immigrazione si sostiene la promozione della pace, perché si ritiene che siano principalmente le guerre a generare le migrazioni, si propone genericamente di rifondare il controllo alle frontiere esterne della EU e si auspica la formazione di un’organizzazione mondiale dell’ONU sul tema.

Infine, ma in realtà prima di tutti gli altri temi, nel programma viene proposta una nuova costituzione che metta fine al presidenzialismo come espressione dell’oligarchia sociale e della casta politica: per fare questo si propone un’assemblea costituente che operi con procedure trasparenti e il cui lavoro alla fine venga sottoposto a referendum confermativo.

I membri di questa assemblea dovrebbero essere eletti con un sistema proporzionale, ma anche con estrazione a sorte tra i cittadini, rispettando rigorosamente l’equivalenza tra i generi ed escludendo tutti coloro che sono stati parlamentari nella V° repubblica; al termine dei lavori della costituente e dopo il referendum popolare confermativo il presidente eletto (se Melenchon…) si dimetterebbe per dare corso al nuovo assetto istituzionale.

 

Il candidato del partito socialista, Benoit Hamon (2,2 milioni di voti pari al 6,35% dei votanti) in alleanza con i verdi ha raccolto il peggior risultato alle presidenziali dopo quello di Gaston Deffere (sindaco di Marsiglia) che nel 1969 si fermò al 5% contro Pompidou.

Dopo le elezioni del 2012 il PS aveva tutto il potere politico: la presidenza della repubblica (Hollande), la maggioranza al senato e nell’assemblea nazionale, la maggioranza delle regioni e delle grandi città.

La pesante sconfitta alle presidenziali fa pensare che alle prossime legislative il partito vada incontro a un ulteriore debacle anche perché nelle presidenziali grossa parte dell’apparato del partito e molti ministri hanno apertamente appoggiato Macron, mentre una quota rilevante del tradizionale elettorato socialista ha votato per Melenchon.

Prende quindi corpo un’ipotesi di scissione che vedrebbe, da una parte, Valls e l’apparato del PS pronti a formare una nuova organizzazione a sostegno di Macron per realizzare un governo centrista e, dall’altra, Hamon e quel che resta della sinistra socialista in dialogo (non scontato) con Melenchon: qualcosa, dunque, di affine con quanto sta accadendo in Italia nel PD.

La condizione di crisi del PS e l’affermazione al primo turno di Emmanuel Macron probabilmente rilanceranno la figura politica centrista di Francois Bayrou che non casualmente si è espresso a favore di Macron: Bayrou è un cattolico praticante, figlio della Francia contadina, sindaco di Pau; è stato ministro dell’istruzione con Balladur e con Juppé; nel 2012 si candidò alle presidenziali (dove ottenne poco più del 9%) e al secondo turno appoggiò Hollande. In queste elezioni, come si è già detto, si è pronunciato a favore di Macron.

 

Torniamo ora ai dati e proviamo a fare un’analisi dei risultati disaggregata per regioni.

Nella tabella seguente sono indicate le percentuali ottenute dai primi sei candidati: in rosso sono indicati le percentuali di colui/lei che è risultato primo nella regione, in verde quello/a che si è posizionato al secondo posto.

Si può notare come Marine Le Pen sia prima in 8 regioni e seconda solo in una; Macron è primo in 5 regioni e secondo in altrettante; Fillon non è mai primo, ma compare come secondo in quattro regioni; infine Melenchon non è mai primo, ma è anch’esso secondo in quattro regioni.

Si noti anche la maggiore variabilità dei risultati ottenuti da Marine Le Pen rispetto agli altri candidati: tra il suo migliore risultato ottenuto nella sua regione – Hauts de France – e il peggiore, nella regione di Parigi, ci sono quasi venti punti percentuali di differenza; tra il miglior risultato di Emmanuel Macron, raggiunto in Bretagna, e il suo peggiore, registrato in Corsica, ci sono circa dieci punti percentuali di differenza.

I risultati degli altri candidati appaiono più omogenei.

regione

Macron

Le Pen

Fillon

Melenchon

Hamon

Dupont-Aignan

astenuti

Auvergne

24.50

20.72

20.2

19.24

6.13

5.16

20.66

Bourgogne

21.89

25.09

19.7

17.93

5.66

5.65

20.63

Bretagne

29.05

15.33

19.04

19.28

9.04

4.4

16.51

Centre-Loire

22.68

23.08

21.04

17.67

5.85

5.75

19.71

Corse

18.48

27.88

22.52

13.74

3.74

2.89

31.95

Grand est

20.72

27.78

19.73

16.31

5.09

6.13

21.33

Hauts de France

19.50

31.03

16.13

19.59

5.15

4.97

21.8

Ile de France

28.63

12.57

22.19

21.75

7.64

4.02

20.11

Normandie

22.36

23.93

19.57

19.16

6.01

5.23

19.11

Nouvelle Aquitaine

25.12

18.89

17.79

20.75

7.09

4.59

19.53

Occitanie

22.32

22.98

17.07

22.14

6.52

4.08

18.95

Pays de La Loire

26.27

16.62

23.56

18.41

6.55

5.01

16.73

Provence

18.94

28.17

22.37

18.74

4.12

4.33

21.22

Outre mer

20.41

21.9

20.73

20.77

7.87

2.55

52.99

La Francia è una grande campagna con una grossa testa urbana – Parigi – e poche altre città come Marsiglia, Lione, Tolosa, Nizza, Nantes, Bordeaux.

Esistono poi nei vari dipartimenti una settantina di cittadine con più di 40 000 elettori.

Il voto ha evidenziato risultati anche molto diversi tra i dipartimenti all’interno delle regioni e, ancora di più, tra le città e i centri delle campagne.

La città di Parigi è suddivisa elettoralmente in 20 circoscrizioni dove sono iscritti 1,3 milioni di elettori: lì l’astensione è scesa al 16% circa. Macron ha raccolto il 34,83% dei voti, seguito da Fillon col 26,45, da Melenchon col 19,56% e da Hamon col 10,18%. Le Pen è arrivata solo al quinto posto con il 4,99% mentre nel 2012 aveva preso il 6,2%.

La sindaca di Parigi ha sostenuto Hamon.

In tutti dipartimenti de l’Ile de France ha prevalso Macron eccetto in quello popolare di Seine saint Denis dove ha vinto Melenchon col 34,03% davanti a Macron e Le Pen che si è fermata al 13,58% cioè la stessa percentuale del 2012.

A Marsiglia con circa 500 000 elettori ha prevalso Melenchon col 24,82% davanti a Le Pen col 23,66%; Macron e Fillon si sono fermati attorno al 20%

In Provenza in altre città minori come Avignon e La Seyne sur Meri i primi due posti sono andati a Melenchon e a Le Pen .

In quasi tutte le cittadine provenzali ha prevalso Fillon su Le Pen, eccetto che a Toulon dove la candidata del FN è arrivata al 27%.

Nei centri turistici e delle campagne provenzali Le Pen ha battuto ampiamente gli altri concorrenti prevalendo nella regione col 28% , quasi 7 punti percentuali al di sopra della media nazionale.

A Lyon (296 000 elettori) nella regione d’Auvergne Macron ha vinto col 30% davanti a Fillon (23,35%) e a Melenchon (22,87%); Le Pen con l’8,86% è finita anche dopo Hamon.

Nella citta di Toulouse (269 000 elettori) in Occitanie, dove complessivamente ha prevalso Le Pen, ha invece vinto Melenchon col 29,16% davanti a Macron (27,27%) a Fillon (17,69%); anche qui come a Lyon e a Parigi, Le Pen col 9,37% si è piazzata anche dopo Hamon.

A Nizza ( 216 000 elettori) ancora in Provenza si è imposto Fillon col 26% davanti a Le Pen (25%), a Macron (20,5%) e Melenchon (17%).

A Nantes (188 000 elettori) nella regione de Pays de la Loire, dove si è imposto Macron, il candidato di En Marche! ha vinto con quasi il 31% davanti a Melenchon (25,4%) e Fillon (20%).

Le Pen anche in questo caso è finita quinta col 7% dietro ad Hamon.

Infine anche a Bordeaux (Nouvelle Aquitaine dove complessivamente ha prevalso Macron) Melenchon si è piazzato secondo col 23,4% dietro a Macron (31,26%). Fillon è terzo con 21,8% e Le Pen quinta, dopo Hamon, con 7,39%.

Il quadro delle cittadine minori non è sostanzialmente diverso da quello delle città più grandi.

Ad esempio in Bourgogne, dove complessivamente ha prevalso Le Pen, A Dijon e a Besancon ha vinto Macron col 26-27% davanti a Melenchon col 22-25%. In entrambe le città Le Pen è al quarto posto col 14% circa.

In Bretagne dove ha prevalso Macron sostenuto dal presidente socialista della regione, a Quimper, Brest e Rennes Macron precede sempre Melenchon, mentre Le Pen si piazza ovunque al quinto posto con percentuali che oscillano tra il 7% e il 13% ben al di sotto della media nazionale.

Nella regione Centre Val de Loire dove complessivamente ha prevalso Le Pen, nei centri maggiori Bourges, Tours e Orleans Macron si impone in tutte e tre davanti a Melenchon che solo ad Orleans viene scavalcato da Fillon. Le Pen è sempre quarta con percentuali tra il 12% e il 15%.

Nella regione Grand Est dove prevale complessivamente la candidata del FN, nei centri principali come Reims, Nancy, Metz, Strasbourg, Colmar e Mulhouse prevale sempre Macron . Le Pen si piazza seconda solo a Reims e terza a Colmar e Mulhouse; negli altri tre centri è sempre quarta. Ovunque le sue percentuali sono inferiori a quella nazionale con l’eccezione di Reims dove strappa il 21,9%.

Anche nella sua regione, Hauts de France, Le Pen è prima col miglior risultato (31%) e tuttavia nei maggiori centri i suoi risultati sono inferiori: è prima a Calais col 37% davanti a Melenchon (22,5%) e alla funesta Dunkerque col 29,82% sempre prima di Melenchon (22,58%).

Quest’ultimo s’impone, invece, a Lille (29,92%) dove Le Pen è quarta (13,83%) e a Roubaix (35,85%) dove Le Pen è terza (16,94). Anche a Turcoing Melenchon è primo (27,95%) davanti a Le Pen ( 25,08%).

In tutta l’Ile de France, dove ha prevalso Macron, anche nei tanti centri minori Le Pen raccoglie percentuali notevolmente più basse di quella nazionale, piazzandosi ad Antony, Asmieres sur Seine e Boulogne – Billancourt anche dietro Hamon.

In Normandie Le Pen prevale di misura su Macron; nei tre centri principali (Le Havre, Caen e Rouen) raccoglie, però, percentuali contenute. Solo a Le Havre dove vince Melenchon con quasi il 30% la candidata del FN finisce terza col 20%.

Nei principali centri de la Nouvelle Aquitaine, dove complessivamente prevale Macron, Melenchon si colloca ovunque al secondo posto con percentuali che oscillano attorno al 24%. Le Pen è ovunque quarta con percentuali attorno al 12%.

Le Pen ha prevalso nella regione Occitanie di misura su Macron ; tuttavia nelle cittadine la candidata del FN ha vinto solo a Beziers (31,23%) e a Perpignan (25,86%) in entrambe davanti a Melenchon che ha raccolto percentuali superiori al 20%. Il candidato de La France insoumise ha prevalso oltre che a Toulouse, anche a Nimes (23,99%) e a Montpellier (31,46%).

Nella regione Pays de la Loire dove complessivamente si è imposto Macron , Le Pen nei principali centri ha raccolto percentuali attorno al 10%; solo a Le Mans, pur piazzandosi quarta ha raggiunto il 19%.

All’opposto Melenchon in tutti i centri (Nantes, Saint Nazaire, Angers e Le Mans) ha superato nettamente il risultato medio nazionale.

 

Questa analisi più dettagliata mette in evidenza che la crisi dei due principali partiti francesi – il partito socialista soprattutto, ma anche quello gaullista – è sostanzialmente uniforme in tutte le regioni, sia nelle campagne che nelle città.

La destra del FN si aggiudica molte regioni e molti dipartimenti perché prevale nei piccoli centri delle campagne, mentre in molte città e cittadine, oltre che a Parigi, raccoglie un numero molto più limitato di consensi.

Bisogna anche considerare che nei piccoli centri di campagna la partecipazione alle votazione è stata sensibilmente inferiore rispetto alle città medie e grandi; a Parigi si è registrata la maggiore partecipazione al voto.

Al di là del ballottaggio, saranno le elezioni legislative dell’11 giugno a dare un quadro più preciso della capacità di insediarsi su un territorio così vasto ed articolato da parte delle nuove formazioni come quella di Macron e quella di Melenchon.

La maggioranza che si formerà nel parlamento sarà decisiva per capire se Macron, una volta diventato presidente, potrà effettivamente portare avanti la sua politica o se dovrà fare qualche compromesso con la destra gaullista o con il centro di Bayrou.

Se il progetto di Macron dovesse procedere senza troppe mediazioni, probabilmente questo continuerebbe ad alimentare la fuga verso il FN dell’elettorato moderato gaullista e dall’altra radicalizzerebbe a sinistra i settori popolari e di piccola borghesia urbana.

 

Da questo punto di vista le dinamiche politiche e sociali francesi appaiono abbastanza simili, pur con le dovute differenze, a quelle del nostro paese.

 

NB: tutti i dati sono stati estratti da Le monde del 25.04.17

Riccardo Barbero

30 aprile 2017