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GLI SCOPI DEL SITO

wc logoIl sito Workingclass intende essere uno strumento di studio e di ricerca sui temi del lavoro, delle sue condizioni, del suo senso oggi, delle prospettive di ricomposizione sociale, partecipazione e di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

La struttura e, soprattutto, la documentazione attualmente presente è un punto di partenza, una sorta di cristallo di agglomerazione, che – se riuscirà a crescere – dovrebbe permettere:

  • Una circolazione di informazioni nella forma di documentazione e di commenti
  • Una organizzazione della documentazione tale da soddisfare uno studio sui temi trattati da parte di chiunque lo intenda fare e da parte del collettivo che gestisce il sito
  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



corte-europeaContinua la tendenza a ridurre i diritti dei lavoratori, i salari e lo Stato sociale, in Italia e in Europa, anche se i commenti spesso mascherano la reale natura dei provvedimenti, come quando si legge di riduzione del cuneo fiscale, senza precisare che si tratta di contributi e non di tasse; che ci sono effetti sulle pensioni. Continua la crescita delle differenze di attesa di vita tra ricchi e poveri, istruiti e meno istruiti, anche se più nell'Europa settentrionale che in Italia. Si discute sul velo islamico come se accettare o proibire i simboli religiosi, per alcune, non avesse effetti anche sulla possibilità di trovare e conservare un lavoro. A differenze da quel che spesso si legge, l'Italia e Torino non sono il fanalino di coda dal punto di vista della salute e di alcune differenze.

Salute e retribuzioni a Torino e in Italia.

E' stato presentato il 17 marzo il rapporto 40 anni di salute a Torino, spunti per leggere i bisogni e i risultati delle politiche a cura di Costa, Stroscia, Zengarini, Demaria (primo link). E' impossibile sintetizzare in poche righe il gran numero di informazioni disponibili anche solo negli estratti raggiungibili in rete.

La notizia più importante è la grande differenza di attesa di vita per quartiere, cioè per classe sociale. Se si prende il 3 a piazza Hermada (sotto la collina, in centro) e si va verso Rivoli(in periferia), l'attesa di vita dei residenti che si incontrano diminuisce di mezzo anno ad ogni chilometro. Per giunta la differenza tra i laureati e chi ha la media inferiore per gli uomini è cresciuta da 4 a 5 anni tra il 1972 e il 2011. Ma nei 40 anni dell'indagine, non solo l'attesa di vita è aumentata per tutti, ma la differenza per quartiere si è dimezzata. Il Sistema sanitario, le pensioni, il risparmio, la casa in proprietà, hanno protetto la salute dei più anche nella crisi. E, per le donne, la differenza di attesa di vita tra chi ha la media superiore e chi ha le elementari o meno si è ridotta da 5 anni a 3,5. E' peggiorato lo stile di vita, come si dice, delle più istruite; è diventata meno gravosa la condizione di chi lo è meno. E le differenze per livello di istruzione a Torino e in altre città e paesi dell'Europa occidentale sono minime rispetto all'enormità delle differenze in Europa orientale. Il tasso di mortalità standardizzato per tutte le cause tra i molto e i poco istruiti tra i 30 e i 74 anni passa da 400 a 700 a Torino, da 700 a 2500 in Ungheria, da 500 a 1500 in Cechia, da 600 a 1900 in Polonia.

Se si guardano le retribuzioni in generale, in particolare quelle tra uomini e donne, e il cuneo fiscale (vedi secondo link, eurostat) si hanno molte conferme e qualche sorpresa.

Anche in questo caso è impossibile sintetizzare tutti gli aspetti interessanti e sorprendenti.

E' nota ed ovvia, ma sempre un po' maggiore di quanto non sembri dai commenti, la enorme differenza di retribuzione tra paesi occidentali ed orientali – da 10 ad 1, più o meno (da 5 a 1 se si fa il confronto a parità di potere di acquisto). Né stupisce che la Norvegia superi tutti, sembri fuori scala. Può però essere importante ricordare che la Francia supera tutti per cuneo fiscale e che l'Italia è in buona compagnia (dell'Austria, della Svezia, del Belgio). E' così che si pagano le pensioni.

Forse sorprende (almeno ha stupito me, che non lo ricordavo) che la differenza di retribuzione tra uomini e donne sia in Italia tra le più basse (è minore solo in Slovenia e a Malta) mentre Germania, Austria, Finlandia, primeggiano. Certo, bisogna tener conto del basso livello di attività delle donne in Italia; ma almeno quelle che lavorano sono trattate sempre male, ma meglio che altrove.

Credo si possa trarre dal pur sintetico sguardo comparativo la conclusione che l'Italia non ha problemi particolari per la sua arretratezza, che bisognerebbe superare per adeguarsi ai virtuosi paesi nordici e anglosassoni, ma ha anzi problemi minori perché è riuscita, fino ad ora, a difendere meglio il Sistema Sanitario, i risparmi, la solidarietà sociale e famigliare. Non tutte le nostre particolarità sono virtuose: non tassiamo le case, anche di chi non è povero; non tassiamo le eredità, anche quelle che Germania, Francia, Regno Unito tassano al 40% (vedi Piketty).

Ma in generale è proprio la tendenza all'adeguamento che che può travolgerci: l'accettazione del dominio dei ricchi; il chiamare mercato il monopolio; il considerare normali, non degne di preoccupazione, le fusioni, approvate di recente dalla UE, tra Bayer e Monsanto, tra DuPont e Dow Chemicals, che qualche influenza l'avranno sulle nostre vite.

Differenze religiose e diritto del lavoro

Anche la giurisprudenza europea recente in materia di controversie di lavoro fa pensare a una tendenza a ridurre i diritti.

Un caso recente, presentato come un fatto di costume, di libertà civile, è in effetti una causa di lavoro. La Corte di Giustizia della UE chiamata a interpretare “l’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro” (vedi terzo link) in merito al licenziamento di Samira Achbita, che di ritorno da una assenza per malattia, aveva cominciato ad indossare il velo e perciò era stata licenziata, ha dichiarato legittimo il licenziamento.

Il principio generale è stabilito dall'articolo 1 della direttiva: «La presente direttiva mira a stabilire un quadro generale per la lotta alle discriminazioni fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro al fine di rendere effettivo negli Stati membri il principio della parità di trattamento». Per «“principio della parità di trattamento” si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta basata su uno dei motivi di cui all’articolo 1» della medesima direttiva. In particolare “Con la sua questione, il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se l’articolo 2, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2000/78 debba essere interpretato nel senso che il divieto di indossare un velo islamico, derivante da una norma interna di un’impresa privata che vieta in via generale di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, costituisce una discriminazione diretta vietata da tale direttiva.”

La Corte stabilisce che non c'è discriminazione diretta perché, anche se la legislazione europea garantisce la libertà di religione “sia nel foro interno che in quello esterno”, in questo caso nulla si proibisce in particolare ai musulmani: “Si deve pertanto considerare che detta norma tratta in maniera identica tutti i dipendenti dell’impresa, imponendo loro, in maniera generale ed indiscriminata, segnatamente una neutralità di abbigliamento che osta al fatto di indossare tali segni.”

“Per quanto riguarda, ..., il requisito dell’esistenza di una finalità legittima, occorre rilevare che la volontà di mostrare, nei rapporti con i clienti sia pubblici che privati, una politica di neutralità politica, filosofica o religiosa, deve essere considerata legittima.

Infatti, la volontà di un datore di lavoro di dare ai clienti un’immagine di neutralità rientra nella libertà d’impresa, riconosciuta dall’articolo 16 della Carta, ed ha, in linea di principio, carattere legittimo, in particolare qualora il datore di lavoro coinvolga nel perseguimento di tale obiettivo soltanto i dipendenti che si suppone entrino in contatto con i clienti del medesimo.”

Ci sono molti più dettagli nella sentenza, che vale la pena di leggere per intero, a proposito del rapporto tra diritti dei singoli Stati e diritto dell'Unione, ma la sostanza è che, se il fine dichiarato dell'impresa non è discriminatorio ma universalistico, come la Repubblica francese può decidere come devi vestirti nella scuola pubblica, anche l'azienda può decidere come devi vestirti sul lavoro e, con pari logica, se puoi manifestare o no sul lavoro le tue convinzioni politiche o filosofiche.

La sentenza è certo rilevante per gli impiegati e le impiegate a contatto con il pubblico, ma può esserlo anche per chi si rivolge a un'agenzia per affittare una casa ed ha un accento o un colore che qualche cliente può non gradire, se le direttive esplicite dell'agenzia non sono discriminatorie. Un giudice di Milano, anni fa, ritenne determinante il criterio statistico; ma non ha avuto molto seguito. L'intero Statuto dei diritti dei lavoratori è in pericolo.

 

Francesco Ciafaloni

Pubblicato su Una Città

Aprile 2017

http://www.disuguaglianzedisalute.it/?p=2348

http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php/Wages_and_labour_costs/it

http://www.dirittoegiustizia.it/allegati/17/0000076687/Corte_di_Giustizia_Grande_Sezione_sentenza_14_marzo_2017_causa_C%E2%80%93157_15.html

https://rm.coe.int/CoERMPublicCommonSearchServices/DisplayDCTMContent?documentId=090000168047e179