home

 

GLI SCOPI DEL SITO

wc logoIl sito Workingclass intende essere uno strumento di studio e di ricerca sui temi del lavoro, delle sue condizioni, del suo senso oggi, delle prospettive di ricomposizione sociale, partecipazione e di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

La struttura e, soprattutto, la documentazione attualmente presente è un punto di partenza, una sorta di cristallo di agglomerazione, che – se riuscirà a crescere – dovrebbe permettere:

  • Una circolazione di informazioni nella forma di documentazione e di commenti
  • Una organizzazione della documentazione tale da soddisfare uno studio sui temi trattati da parte di chiunque lo intenda fare e da parte del collettivo che gestisce il sito
  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



stagnazione-secolareLa crisi finanziaria del 2007-08 ha messo in evidenza come in questa fase ci si trovi di fronte a livello globale a un eccesso di capitale e a una carenza di lavoro, per usare una semplificazione banale dell’indagine svolta da Piketty. Quest’ultimo, però, con la sua analisi ha anche chiarito come questo squilibrio sia strutturalmente insito nel sistema capitalistico e le disuguaglianze attuali siano sostanzialmente paragonabili a quelle dell’inizio del XX secolo.

Il secolo scorso sembra essere stato segnato, dunque, da due specificità eccezionali: un lungo periodo bellico di circa trent’anni (1915-45) al quale è seguito una lunga fase di progresso sociale (1945-75), soprattutto (ma non solo) in Europa.

Con gli anni ’80 la politica economica ha “cambiato verso” portando al progressivo smantellamento di grossa parte degli avanzamenti sociali conquistati nel “trentennio glorioso” postbellico.

I fattori propulsivi di questo cambiamento sono stati sul piano politico, oltre alla sempre citata svolta liberista impressa da Thatcher e Reagan, il crollo dell’URSS e la scelta capitalistica della Repubblica popolare cinese e sul piano tecnologico l’innovazione digitale.

Questi elementi hanno permesso e favorito una forte mobilità dei capitali e la loro progressiva finanziarizzazione, da un lato, e il decentramento produttivo finalizzato sia alla ricerca di minori costi del lavoro e all’elusione/evasione fiscale, sia alla costruzione di un mercato globale, dall’altro.

Dal punto di vista sociale questi processi hanno portato alla polarizzazione dei redditi e dei patrimoni descritta da Piketty e riconosciuta ormai da tutti gli analisti.

Sono tutte questioni note e condivise, appunto, che stanno alla base, ormai, di qualunque proposta politica.

Con l’elezione di Trump è diventato luogo comune ipotizzare un ritorno alla sovranità nazionale, secondo un pensiero di destra che, però, trova spazi di consenso anche a sinistra.

Ma se per Trump il perseguimento di questo tipo di politica può essere (anche solo parzialmente) concreto, almeno nell’immediato, perché gli USA sono ancora la principale potenza economica, molto più difficile è, invece, immaginare che una politica del genere possa essere applicata realmente ai singoli paesi dell’Europa (ad esempio) che hanno un’autonomia economica molto più limitata.

Immaginiamo cosa possa voler dire una politica “sovranista” in un paese come il nostro che dipende dall’estero per le materie prime, che ha un mercato interno asfittico da decenni a causa del blocco più che ventennale dei salari reali, che ha solo poche industrie produttive tutte finalizzate alle esportazioni, che ha visto molte compagnie delocalizzare altrove le proprie attività produttive.

Chi sostiene le posizioni “sovraniste”, cioè nazionaliste, ritiene che la globalizzazione sia fallita e che la prospettiva sia un ritorno al confronto tra le nazioni sul piano economico e, probabilmente, in prospettiva allo scontro militare.

Il tema dei migranti viene utilizzato come miccia per dare fuoco alle polveri dell’insofferenza popolare verso la globalizzazione e contro le élite che l’hanno voluta e praticata e per creare consenso verso un ritorno al nazionalismo politico ed economico.

Le migrazioni in realtà sono un fenomeno complesso che ha diverse cause: la distruzione ambientale e l’espulsione delle popolazioni dalle campagne in Africa, le guerre mediorientali innescate dagli Stati Uniti, il tentativo di inglobare nel mercato globale i paesi islamici con le primavere arabe fortemente sostenute ancora dagli Usa, ma anche dalle potenze europee (Francia e UK in particolare), la crisi economica che sta colpendo i paesi del Centro e Sud America, l’enorme disponibilità socioculturale al lavoro delle popolazioni orientali, ma anche le tendenze demografiche negative dei paesi a più alto reddito in particolare in Giappone e in Europa e, all’interno di questa, soprattutto in Germania e in Italia.

A fronte di queste contraddizioni e di questi processi di portata storica c’è la proposta liberista della globalizzazione che persiste nonostante le contraddizioni che ha sollevato e c’è quella ancora più di destra di un ritorno al nazionalismo sovranista.

Tra gli economisti ormai prevale l’idea che il modello teorico “puro” di un mercato che si autoregola non abbia più alcuna credibilità, ma le risposte alla “stagnazione secolare” sono sensibilmente diverse.

La prima proposta, sostenuta, ad esempio, da Thomas Piketty che non casualmente collabora con il leader laburista inglese Corbyn, punta ad un incremento della spesa pubblica all’interno di un quadro di riduzione delle disuguaglianze sociali. Nel programma di Corbyn, oltre ad ovvie misure fiscali, invece del tradizionale “quantitative easing” (cioè l’immissione di moneta da parte delle banche centrali attraverso l’acquisto di titoli pubblici statali o di obbligazioni emesse dalle imprese private) compare il “quantitative easing for people” (la facilitazione quantitativa per il popolo, cioè una sorta di sostegno al debito delle famiglie), ottenuto attraverso l’acquisto da parte delle banche centrali di obbligazioni di scopo emesse dagli enti locali per finanziare investimenti in scuole, case popolari, assistenza sanitaria, ecc.

Una seconda posizione anch’essa keynesiana (ma più moderata della prima), presente tra i democratici americani - in particolare Larry Summers, segretario al Tesoro con Bill Clinton - di fronte alla debole ripresa americana dovuta alla scarsa crescita della produttività, punta a fare ricorso alla politica fiscale e a finanziare opere pubbliche attraverso il deficit di bilancio.

Una terza posizione è sostenuta dal Fondo monetario internazionale (FMI) che propone una politica monetaria “dolce” per evitare di strangolare con un rialzo dei tassi i paesi emergenti (indebitati in dollari) e una politica fiscale espansiva: essa, però, insiste anche (a differenza di Summers) sulla necessità di continuare le politiche di liberalizzazione economica. In Italia è la posizione del Partito di Renzi.

Infine una quarta posizione è quella dei liberisti più conseguenti: essi propongono di ridurre l’eccesso di finanza (determinato dai bassi tassi d’interesse voluti dalla BCE e dal Tesoro americano), di comprimere il debito (pubblico e privato) e di rilanciare la politica dell’offerta di prodotti e servizi.

Essi suppongono l’esistenza di un’economia reale “buona” che produce ricchezza e di un’economia finanziaria “cattiva” che crea debiti: in realtà queste due dimensioni sono oggi così strettamente intrecciate nel sistema attuale da rendere irrealistica la proposta stessa. E’ comunque questa la posizione della banca dei Regolamenti Internazionali e quella prevalente nel governo tedesco attraverso il suo ministro delle finanze Schauble.

Nessuna di queste proposte – nemmeno la prima – muove da una critica radicale dell’attuale sistema economico: al massimo questi economisti si pongono il problema di ridurre gli effetti negativi della stagnazione secolare con un’attenzione decrescente (dalla prima alla quarta proposta) alle conseguenze sociali della crisi.

Ma alle spalle del dibattito teorico tra i tecnici dell’economia emergono anche concrete considerazioni di opportunità economica per le grandi imprese. Alcune compagnie globali (come le aziende petrolifere o quelle che commercializzano prodotti comuni, come la Coca cola) sono tali da parecchio tempo – ben prima della svolta iperliberista degli anni ’80 – ma si sono prevalentemente organizzate come federazioni di imprese nazionali. Solo dopo il 1990 le maggiori imprese manifattutiere, in primo luogo americane, hanno iniziato a internazionalizzare tutto: i mercati, la produzione, la raccolta di capitali, la definizione del management. E la loro gestione è diventata centralistica (e non federativa) per drenare profitti da tutto il mondo, travolgendo i confini nazionali dal punto di vista fiscale e normativo.

Ora questa prospettiva sembra almeno temporalmente ridimensionata: secondo l’Economist nel 2016 gli investimenti esteri delle multinazionali americane sono calati del 10-15%; tuttavia è dal 2007 (l’anno iniziale della crisi finanziaria) che gli scambi commerciali internazionali ristagnano.

Secondo i dati elaborati dalla borsa di Londra i profitti delle prime 700 imprese multinazionali sono scesi del 25% negli ultimi 5 anni: e, in particolare, i profitti dall’estero sono scesi del 17%.

Questi dati indicano che la crisi finanziaria ha colpito tutti i mercati sia dei paesi più ricchi, sia di quelli in crescita: la minore perdita subita dalle multinazionali in questo secondo tipo di paesi è probabilmente dovuta alle “migliori” (dal loro punto di vista) condizioni fiscali e retributive.

Per le multinazionali americane i risultati sono stati meno negativi, grazie ai profitti delle imprese che sono leader nel settore tecnologico (in particolare digitale) e che rappresentano il 46% dei profitti totali dall’estero delle prime 50 multinazionali statunitensi.

Ad esempio nel 2016 la Apple ha guadagnato 46 miliardi di dollari all’estero, cinque volte quanto ha guadagnato la General Electric che è tradizionalmente considerata l’azienda indicatrice dello stato dell’economia americana.

Per molte grandi imprese americane (o comunque globali) il mercato oligopolistico interno è diventato oggi più sicuro (in termini di rendimenti) di quello internazionale.

La tendenziale unificazione dei mercati anche dal punto di vista retributivo e fiscale ha ridotto in molti casi l’utilità marginale degli investimenti globali.

E’ dunque questo il retroterra economico della nuova direzione politica impressa dall’amministrazione Trump: se si considerano questi aspetti si capisce anche meglio perché le grandi multinazionali della Sylicon valley siano le uniche non concordi con la nuova politica nazionalista americana e si comprende perché, invece, Tpp e Ttip siano stati almeno temporaneamente accantonati da parte del governo americano.

Alla luce di queste considerazioni ci si può spiegare meglio anche la posizione “liberoscambista” della repubblica popolare cinese: in Cina nel 2010 le multinazionali coprivano il 30% della produzione industriale e il 50% delle importazioni.

Secondo l’Economist lo scenario futuro dei mercati globali potrebbe essere caratterizzato da tre principali elementi: in alcuni paesi (in primo luogo gli USA) le multinazionali manifatturiere aumenterebbero gli investimenti produttivi e contribuirebbero alla crescita (o almeno al contenimento della decrescita ) dell’occupazione; le imprese multinazionali che operano nel campo del digitale e della proprietà intellettuale (come quelle farmaceutiche e quelle finanziarie) verrebbero maggiormente esposte ai rischi di contraccolpi nazionalistici; infine emergerebbero le piccole imprese locali (leader di mercato) capaci di utilizzare il commercio on line per comprare e vendere su scala globale.

La situazione europea è, altrettanto se non maggiormente contraddittoria di quella americana: mentre il Regno Unito esce dall’UE con la convinzione di poter giocare da solo (e in rapporto con gli USA) un ruolo importante nella globalizzazione (rischiando però la secessione interna di Scozia e Irlanda del nord), la Commissione europea insiste sulla strada degli accordi commerciali globali, come il CETA col Canada già approvato dal parlamento europeo, proponendone un altro simile col Giappone.

USA e UE sono, invece, totalmente concordi nell’aumentare le spese militari: mentre Trump imprime un’accelerazione all’intervento americano in medio oriente, nel mar della Cina e mette mano a un piano di rilancio delle armi atomiche, la UE fa concreti passi in avanti sulla costruzione di strutture per la difesa comune sostenute da un finanziamento consistente (si parla di oltre 5 miliardi di euro).

Tutte le posizioni teoriche degli economisti e le scelte concrete dei vari centri di potere (banche centrali, governi nazionali e comunità internazionali) si muovono lungo un orizzonte temporale limitato. La situazione economica e sociale è, invece, determinata anche e soprattutto da processi di lunga durata.

Lo stesso problema della mole del debito monetario (pubblico e privato) che tormenta tutte le centrali economiche (finanziarie e governative) è ormai un problema strutturale dell’economia mondiale che si trascina da molto tempo (e non solo dall’ultima crisi del 2008) e che progressivamente è andato aggravandosi nonostante le politiche monetarie e di austerità che hanno cercato invano di contenerlo.

Ci sono, però, anche altri fattori di natura non strettamente economica che incidono più o meno direttamente sugli andamenti economici e che si sviluppano anch’essi su tempi lunghi: se ne accenna qui brevemente rinviando a successivi approfondimenti.

Un primo fattore è la tendenza demografica che vede un forte invecchiamento della popolazione in particolare nei paesi più sviluppati (USA, Giappone, Europa) e una minore propensione alla procreazione. Questa tendenza ( a vivere più a lungo e a fare meno figli) incide negativamente sulla formazione del PIL, sulla produttività del sistema economico, sulla tenuta della spesa pubblica e sulla propensione al risparmio: nell’ultimo anno la crescita dell’attesa di vita sembra essersi fermata (o leggermente diminuita) in USA e in alcune parti d’Europa, ma non si è invertita per nulla la tendenza a procreare di meno; inoltre anche in Cina le tendenze demografiche si stanno allineando a quelle occidentali.

Allo stesso tempo la popolazione mondiale continua a crescere su scala planetaria con un aggravamento della situazione ambientale in particolare in Africa e in Asia.

Un secondo fattore è proprio l’aggravamento del debito ambientale: l’inquinamento delle risorse naturali, il loro consumo in eccedenza rispetto alla loro produzione/riproduzione, il cambiamento climatico e la compromissione della biodiversità individuano una situazione di “ deficit” ecologico in costante espansione.

Il debito ambientale si fonda su due aspetti fondamentali:

  • il rapporto tra paesi ricchi e paesi poveri e il diverso livello di consumi e di impatto sull’ambiente ;
  • gli squilibri nel rapporto uomo/società-ecosistema, dipendenti sia dal consumo di risorse naturali in eccesso rispetto a quelle che si producono/riproducono, sia dalla loro compromissione “qualitativa” in conseguenza delle attività umane.

Un terzo fattore è l’effetto decrescente delle innovazioni tecnologiche sull’aumento della produttività complessiva del sistema socioeconomico: può sembrare un’affermazione assurda proprio mentre viviamo nel pieno della rivoluzione digitale e delle sue applicazioni alla produzione di beni e servizi. Eppure è sotto gli occhi di tutti che lo sviluppo di queste tecnologie produce ricchezza per un numero sempre più ristretto di persone, mentre distrugge un’enorme massa di posti di lavoro, favorendo quella polarizzazione sociale, di reddito e di patrimonio che è uno dei fattori principali della stagnazione secolare. Le precedenti rivoluzioni tecnologiche della storia dell’umanità (dal dominio del fuoco alla macchina a vapore, fino alla scoperta dell’elettricità) hanno determinato incrementi di produttività dei sistemi sociali incomparabilmente più elevati delle innovazioni successive. L’effetto delle innovazioni tecnologiche ha determinato via via un impatto progressivamente più limitato nel tempo e nelle conseguenze sul complessivo sistema socioeconomico.

Di fronte a questo quadro economico e politico mondiale in via di mutazione, quali sono le proposte di sinistra in Italia e in Europa ?

In Italia alcuni, dentro e fuori al PD, pensano a misure di contenimento dei danni sociali ed economici della globalizzazione liberista come un reddito di sopravvivenza, la correzione delle storture più clamorose del mercato del lavoro e il mantenimento di una parte almeno dello stato sociale; in questo quadro, però, non viene considerata possibile e realistica nessuna alternativa alla globalizzazione liberista.

Altri, fuori dal Pd o all’interno del movimento Cinque stelle, pensano che l’unico modo di combattere la globalizzazione liberista sia tornare alla sovranità nazionale della moneta (uscita dall’euro) e alla politica economica di protezione dei mercati interni; in questo modo l’alternativa alla globalizzazione liberista che viene individuata è un ritorno a un nazionalismo economico che si distinguerebbe (forse) da quello della destra politica per un maggiore rispetto dei diritti civili e sociali anche verso i migranti.

E’ interessante notare come entrambe queste posizioni utilizzino un linguaggio comune nel quale ricorrono frequentemente i termini di “popolo” o “nostro popolo”, “tutela dei più deboli”, “rappresentanza degli ultimi” o “degli esclusi”.

Questi termini e queste espressioni sono forse di sinistra, ma sono anche sicuramente premarxisti.

La sinistra attuale, almeno in Italia, è, quindi, in prevalenza una sinistra Fabiana, caritatevole e buonista, ma ben lontana dal considerare chi vive del proprio lavoro (o che vorrebbe farlo) come un soggetto sociale e un potenziale attore politico e ancor più distante da una prospettiva strategica di costruzione di un blocco sociale antagonista sia all’iperliberismo, sia al ritorno nazionalistico.

In Europa il dibattito avviene principalmente dentro i partiti socialisti: in particolare in Germania con Schultz e in Francia con Hamon sembra prevalere una posizione simile alla prima sopra descritta in termini di riduzione del danno procurato dal liberismo globalista; in UK il Labour Party di Corbyn pare, invece, cavalcare entrambe le proposte.

Solo in Spagna emerge una terza posizione che tende a far prevalere l’impegno sociale rispetto a quello più tradizionalmente politico-parlamentare: non casualmente lì il dibattito avviene all’interno di un movimento nuovo che non ha radici nella socialdemocrazia e che comunque si contrappone duramente al PSOE.

 

Riccardo Barbero

11 aprile 2017